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Trame di Memoria, al Salone del libro di Torino

Si muore generalmente, perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso, perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia, la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere“. Quando non di peggio.

20 anni dopo, le parole di Giovanni Falcone sono ancora la più lucida analisi e il più spietato atto d’accusa, su quella stagione che trasformò Palermo nella nostra Beirut, come scrivevano i giornali già negli anni ’80, e un magistrato “nel nemico numero uno di Cosa Nostra”. Lui che si definiva “un servitore dello Stato in terra infedelium”. 20 anni dopo, bisogna ricordarle queste parole- e ricordare cos’è stato –  per riuscire a capire quali possano essere “gli interessi convergenti” individuati dai magistrati dietro le stragi. E che significa, quando anche Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, dice in “A Ciascuno Il Suo” (sab, 8.30/Radio24) che “qualcos’altro si aggiunse nella morte di Falcone”. Che la preparazione dell’Attentatuni, minare l’autostrada con 500 kg di tritolo, “non era una modalità usata da Cosa Nostra. Ma altre finalità si erano aggiunte. Bisognava fare il giro del mondo”. E così il 23 maggio del ’92 saltò in aria l’intera autostrada, a Capaci, insieme all’auto su cui viaggiava Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta. L’ Istituto di Vulcanologia registrò una scossa di terremoto,  alle 17.58, tra Capaci e Isola delle Femmine.

E allora bisogna ricordare, per capire. Ricordare cos’è stato. E ricordare chi c’è stato. Per guardare avanti. Bisogna ricostruire la struttura della nostra memoria, per affrontare le risposte – inquientanti – che le inchieste stanno dando sulle ragioni di quelle stragi; o per farsi le domande giuste. Con quest’obiettivo, sono stati pensati al Salone del Libro di Torino quattro incontri  targati “Trame di Memoria“, anteprima del festival sui libri di mafia di Lamezia Terme a fine giugno. Incontri, a cominciare da quello di sabato mattina, alle 11, tra il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, e Alfredo Morvillo, magistrato, fratello di Francesca, la moglie di Giovanni Falcone.

Incontri voluti, “per spalancare la finestra e far entrare aria fresca”, spiega Lirio Abbate, inviato dell’ Espresso, direttore del festival, riprendendo l’invito di Paolo Borsellino a sentire “il fresco profumo di libertà”, al posto del “puzzo del compromesso morale”. Libertà di conoscere e diffondere.

Quattro incontri, per un anno molto particolare per l’antimafia: l’anno del ventennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio e dei 30 anni dei delitti di Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa. E se gli “anniversari sono come rime”- come dice Stefano Bartezzaghi – l’incedere di questo mese ci riporta a due/tre decenni fa. Per ricordare, ricostruire, togliere le tessere sbagliate – com’è stato fatto cancellando le prime indagini falsate sul delitto di Borsellino – mettere le giuste. E cercare ancora- soprattutto- le mancanti.

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