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Palermo, città di dolore

Ci sono città, dove il dolore resta imbrigliato dentro. E ti parla. Ancora. Ci sono città, che anche quando le facciate sono state rifatte e le strade pulite, certe macchie non riescono a cancellarle. E ti parlano. Sempre. Palermo è una di queste. Una città di dolore. Anche.

“ I giornali titolarono che era come Beirut, ma sbagliavano. Era peggio”. 20 anni dopo quelle stragi, che fecero tremare la terra in Sicilia e l’intero Paese, Attilio Bolzoni, inviato di Repubblica, ritorna in quelle strade di Palermo, dove i lenzuoli venivano stesi a decine sui corpi ammazzati per strada. Prima di essere sventolati dalle finestre, a simbolo dell’antimafia. Ritorna nei vicoli e in quelle piazze, dove in tanti allora erano solo “cadaveri che camminano”, come disse il commissario Ninni Cassarà un giorno a Paolo Borsellino, mentre andavano insieme a fare un sopralluogo dopo l’ennesimo delitto di mafia. E ritornare a Palermo- col taccuino e con la telecamera – significa anche vederle ancora, quelle macchie enormi di sangue – fotografate all’epoca soprattutto da Letizia Battaglia – nelle strade con le insegne nuove. E riconoscerle, nelle pietre di una città che è andata avanti. Ma che porta ancora custodito in sé tutto l’orrore e lo scempio di quella stagione.

Una città, dove tra i mille rumori un orecchio esperto sa trovare ancora anche il silenzio della solitudine- profonda- vissuta da molti protagonisti. Erano anni di corvi e veleni, quelli. Oltre che di omicidi e stragi. E la solitudine è uno degli aspetti, che ritorna di più nelle tante riflessioni, uscite in questi giorni a ridosso dell’anniversario della strage di Capaci: 23 maggio 1992. “Uomini soli”, è il titolo del libro di Bolzoni- per Melampo, con le storie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa. “Giovanni Falcone, eroe solo”, è il titolo del libro anche di Maria Falcone, sorella del giudice ucciso, insieme con Francesca Barra. Il magistrato che più di tutti  ha accumulato sconfitte e tradimenti, come ebbe a dire Ilda Boccassini, colei che puntò come nessun altro in modo così esplicito il dito contro i suoi colleghi. Di “giuda” aveva parlato anche Paolo Borsellino, in quei 57 drammatici giorni, tra il tritolo di Capaci e la bomba di via D’Amelio. E questo, prima di scoprire a sua volta di “essere stato tradito da un amico”- come confidò a due giovani colleghi, senza nascondere le lacrime. La solitudine, come il dolore resta imbrigliata nei muri. E impregna di sé gli oggetti, le stanze, le scrivanie. Lascia la scia.

20 anni dopo, i nomi e il ricordo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino accomunano generazioni e latitudini diverse. Uniscono chi quella stagione l’ha attraversata e chi l’ha solo ricostruita perché allora non era ancora nato. E questa- credo- sia una delle eredità più forti, trasmesse dai giudici. Ma le fronde di quell’albero di via Notarbartolo a Palermo parlano ancora anche del dolore e della solitudine. Di quegli uomini e di quella città. E mentre ci si prepara a ricordarli, credo sia importante sapere ancora anche ascoltarli.

Ps.   A proposito di città del dolore, questo è il filo conduttore dell’ultimo numero di Rifrazioni, rivista bolognese di cultura e cinema. 45 pagine, su tre trilogie cinematografiche di Amir Naderi, Godfrey Reggio e Nicolas W. Refn, e una rassegna in collaborazione col Laboratorio di Ricerca sulle Città dell’Università di Bologna e il cinema, Lumiere, dove il percorso nelle città del dolore è cominciato il 5 maggio con un cine-concerto.