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Emilia, vivere con le scosse

Giorni dopo, la sento ancora. Passa la metropolitana sotto la redazione e penso al terremoto. Il tram fa vibrare i vetri, nelle case del centro storico di Milano e subito cerco un lampadario. Se c’è.

Calpesto calcinacci sui marciapiedi e d’istinto mi allontano dai balconi. Il terremoto- quando lo vivi- lo senti a lungo, sotto ai piedi. Più dell’onda del mare, per chi naviga. E con questo tremito ansioso, ancora sotto la pelle, ripenso a quest’ultimo allarme della Commissione Grandi Rischi, per l’Emilia: “Possibili altre forti scosse”.

Non voglio – né saprei entrare nel merito delle previsioni, ma cerco di immaginare l’effetto di simili scenari sui piccoli gesti di chi vive in quelle zone, di chi ha perso tutto, ma anche dei tantissimi che per giorni hanno preferito montare una tenda nel giardino di casa, piuttosto che restare al chiuso. Come si vive, con quest’ansia, che ti segue- costante- come l’ombra? Sono stata per giorni tra Cavezzo, Mirandola, Medolla, Novi, dopo il terremoto del 29 maggio.

Ho negli occhi le immagini di quella distruzione, le macerie accartocciate su tante vite, la disperazione dei familiari, il disorientamento degli sfollati, l’angoscia dei sopravvissuti. E ora ripenso a queste previsioni, che invece di chiudere, piano piano col tempo le cicatrici – anche le più dure, tengono le ferite aperte. Ad ogni vibrazione, ad ogni movimento improvviso, nell’incapacità di abbandonarsi. Sono stati giorni duri, in Emilia. Per il dolore, che ti investiva ad ogni angolo. Per quella distruzione, che ti entra dentro, anche se sei un osservatore esterno, anche se  sui terremoti sei stato già inviato per servizio più volte, anche se quando lavori non c’è spazio per la paura. C’è da arrivare, cercare, parlare, capire, immortalare, raccontare. Ma stavolta è stata dura, lo ammetto, perché sotto ai piedi la terra tremava. Sempre. E le notti erano senza riposo e senza tregua. Piene di fantasmi. Mentre il giorno, c’era la difficile ricerca di un equilibrio.

Non so perché ora, prima di spegnere il pc, quando a Milano ha appena finito di diluviare, io vi racconti tutto ciò. Dopo giorni di silenzio qui sul blog, per mille trasferte e niente tempo. Non so bene perché vi racconti il dietro le quinte dei reportage dalle zone terremotate. Forse perché se moltiplicate per mille l’ansia provata da chi era in quei luoghi, vi aggiungete l’angoscia di aver perso i punti di riferimento e i luoghi cari, il dolore per i lutti riusciamo tutti un pò in più a intuire la vita di chi si trova lì. E che non riesce a tornare ad una parvenza di normalità, visto che la terra non smette di tremare.

Per giorni, io ho avuto le scarpe non troppo lontane dal letto. Per infilarle, nel caso dovessi scappare di notte. E allora, quelli che hanno visto la casa crollare alle loro spalle? Come riescono a trovare la pace del riposo?Io memorizzavo le scale del mio albergo e ho chiesto una stanza al primo piano. E gli abitanti di Cavezzo, Concordia, Rovereto, che hanno abbandonato velocemente le stanze dove vivevano, come riusciranno a ritrovare il piacere di abitare e costruire lentamente, pezzo per pezzo l’ (apparente) solidità di ua muro? Per giorni, mentre ero in Emilia, se dovevo cercare un bagno pubblico- non chiudevo la porta a chiave. E mi sembrava di sentire solo frammenti di discorsi, che andavano nella stessa direzione. E ora riprenso a quella signora di Cavezzo, che mi ha raccontato di come ha dovuto a spallate riaprire la porta del portoncino, che si era chiuso tra lei e il figlio, dopo la scossa.

Avevo il cellulare sempre scarico, per le tante telefonate e dirette e questo voleva dire entrare in posti chiusi, per dare fiato alla batteria. Ma con l’ansia di uscire. E con lo sguardo interrogativo verso crepe e scricchiolii. La paura del terremoto ti resta dentro, per giorni. E per questo- per quanto tutti noi cerchiamo di raccontare la tensione, lo stress, l’agitazione degli abitanti dell’Emilia sfregiata dal terremoto – credo che tutto vada ancora molto oltre. A me, la paura del terremoto è rimasta dentro da una lontana sera di novembre di tanti anni fa. Avevo un vestito di lana bianco e ballavo davanti al camino, in cucina. Poi all’improvviso, il buio. E il braccio di mio padre. E la corsa per le scale. Era il 1980.

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