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Tutte le “Trame” della Trattativa Stato-mafia

Lamezia – “Una campagna di sospetti, costruita sul nulla”. Sulla trattativa Stato mafia, il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si dice “sereno”, ma bolla come “arbitrarie, tendenziose e a volte perfino manipolate le interpretazioni delle intercettazioni”, agli atti dell’inchiesta palermitana. Al Colle, ci sarebbe “irritazione” per il coinvolgimento di stretti collaboratori, in queste polemiche scoppiate intorno alle telefonate dell’ex ministro dell’ Interno, Nicola Mancino, al Quirinale.

E in almeno due casi – secondo indiscrezioni – sarebbero stata ascoltata direttamente la voce del capo dello Stato. Conversazioni, che non sono utilizzabili agli atti, che andranno distrutte, ma che nel frattempo sarebbero state sentite dagli inquirenti palermitani. Molte di più invece quelle – già trascritte tra il consigliere giuridico di Napolitano, Loris D’Ambrosio, e l’ex ministro dell’Interno, ora indagato per falsa testimonianza.

Sono i giorni convulsi della scorsa primavera, in cui colui che fu il titolare del Viminale nel ’92 è preoccupato per l’indagine palermitana e cerca sponde sul Colle più alto. Il consigliere D’Ambrosio lo rassicura e dal Quirinale parte anche l’ormai famosa lettera di un altro collaboratore Donato Marra, con richieste di informazioni sulle indagini alla Procura generale della Cassazione. “Lui sa tutto, l’ ha detto anche lui- dice al telefono D’Ambrosio con Mancino- la lettera va inviata anche con la mia condivisione”. Quel lui – è la deduzione degli inquirenti- non può essere che il capo dello Stato e quella lettera doveva esplorare l’esistenza o meno di contrasti- nella gestione della delicatissima vicenda- tra le procure di Palermo e Caltanissetta, che indagano sullo stesso tema. “Ma sono diversi i filoni d’indagine”, come specificò il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, convocato il 19 aprile dalla stessa Cassazione. Insomma, non esistevano gli estremi di quella che in gergo tecnico si chiama “avocazione”, cioè togliere il fascicolo ai pm di Palermo, per passarlo ai superiori. L’ha ribadito pubblicamente anche a Lamezia, al festival antimafia Trame, lo stesso Grasso: “Chi pensava di strumentalizzare l’Istituzione che rappresento – ha detto- si sbagliava. Le cose si fanno quando si possono fare, perché la legge è uguale per tutti. Per Palermo e Caltanissetta non c’erano problemi di quel tipo (quelli che prevedono un’avocazione)”.

Di trattativa Stato mafia si tornerà ancora a parlare in questi giorni del festival, qui, nelle piazze affollate fino a notte di Lamezia Terme, dove arriverà anche il titolare dell’indagine palermitana, Antonio Ingroia e dove confluiranno – tra gli altri – anche magistrati, come Sebastiano Ardita, che hanno vissuto e ricostruito quella stagione, a partire da un osservatorio ben preciso, quello del carcere, una delle richieste più a cuore ai boss, tanto da comparire nelle famigerato papello.

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