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Trame, la sfida del cambiamento

“Sognava a libertà, sognava l’Australia. A vita ppò cangià, a cangerò…”

Note struggenti e versi coraggiosi. Melodie malinconiche con messaggi fiduciosi. La tristezza di un mondo dominato dalle mafie, la fiducia di un cambiamento. La canzone per Lea (qui per Storiacce blog l’audio) – Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia uccisa e sciolta nell’acido a Milano – ha aperto quest’anno Trame e ora che anche la seconda edizione del festival dei libri di mafia a Lamezia è finita, queste note mi ritornano nella testa. E avvolgono i ricordi, le riflessioni. I visi e le storie, ascoltate, narrate, incontrate. La vita può cambiare, la cambierò…

Il senso di un festival, che proprio dal cuore della Calabria denuncia- provocatoriamente – i danni dei boss – poggia proprio su questa convinzione, forte. “Non è vero che non cambia mai nulla, che è sempre tutto uguale”- come troppo spesso si sente ripetere, con una rassegnazione che ha origini lontanissime, a tutte le latitudini del nostro Mezzogiorno. Le cose possono cambiare, la vita può sterzare in un’altra direzione, il futuro può esistere.

Il dialetto calabrese non ha il futuro, nella sua grammatica. Schiacciato nel passato remoto e in un presente, che si ripete uguale- non ha sviluppato la capacità di guardare troppo avanti. Nei sogni, in un orizzonte da costruire. Ma le storie- anche tragiche – delle collaboratrici di giustizia, che hanno aperto il festival quest’anno, o le tante storie di chi ha saputo dire di no ai boss dimostrano che “dunque si può fare. E quanti più si è, meglio è”. E lo spirito di Trame è stato anche questo. “Solo qualche anno fa, un festival così- qua a Lamezia sarebbe stato impensabile”, racconta Elena, giovane e sorridente traduttrice, che stava aiutando studiosi e giornalisti stranieri a portare in italiano le loro riflessioni su etica, mafia, impegno. Calabria, ndrangheta, coraggio. Anche il NewYorkTimes è arrivato quaggiù, per raccontare la sfida di Trame.

Dunque, si può fare. Ad avere le piazze piene, fino a notte fonda, di gente, che riflette sulle mafie, ascolta spettacoli e concerti, vede mostre o semplicemente si incontra. Cinque giorni, con un calendario fittissimo- come l’anno scorso- lo hanno dimostrato. Lasciando in ciascuna delle migliaia di persone passate per Trame un’immagine, un pensiero, un volto, un numero di telefono. Storie campane, calabresi, siciliane si sono mescolate con quelle provenienti dall’altra parte del paese. Esperienze di magistrati di lungo corso e consolidata fama, mischiate a quelle di giovani colleghi, di investigatori senza volto in genere, preti coraggiosi, amministratori silenziosi o cronisti con tante suole consumate. Trame comincia ad avere un suo “popolo”, di persone che si danno appuntamento da un anno all’altro. E che vogliono esserci. Per altre lunghissime serate di incontri, riflessioni, interviste, ma poi anche chiacchiere, impressioni. Risate e impegno. Ogni giorno, fino alle tre di notte, come se fosse mezzogiorno per strada.

Quando i riflettori si sono spenti- la mano col logo di Guido Scarabottolo è stata avvolta dalla piazza – sul viso degli organizzatori c’era tutta la tensione e la stanchezza di un festival, vissuto tutto in prima persona. Ma anche la soddisfazione di aver dimostrato ancora una volta che “si può fare. A vita ppò cangià, a cangerò”.