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Io Viaggio da sola. Facile?

“La solitudine non è uno stato d’animo: è banalmente uno stato di famiglia, magari temporaneo, da maneggiare con cura e allegria”.

C’ ho ripensato – ancora una volta- qualche giorno fa, in viaggio per Stromboli. E’ stato dopo la liberazione dai pesi e prima dell’ansia da disastro imminente. In quel preciso momento in cui, il variegato bagaglio per tre settimane – da cronista poi vacanziera quindi turista poi di nuovo giornalista e forse a ben guardare anche da apprendista stregone – sballottolava già da solo, ma la ritrovata leggerezza veniva soppiantata dall’improvvisa incertezza: l’aliscafo si era fermato, in mare aperto. In balia delle onde – alte. Senza nemmeno una tacca sul cellulare, per mandare un sms. E quando una ragazza, alle mie spalle già piangeva dalla paura, avvinghiandosi al suo compagno.

E’ stato allora che, accantonate le deformazioni professionali (non vi voglio proprio dire cosa mi veniva in mente…), ho davvero capito. Perché viaggiare da sole è/può essere bellissimo, ma non così scontato. “Significa che vi dovete arrangiare a portare la valigia”, ma significa anche che in momenti così, dovete cavarvela da sole. Come durante gli agguati di malinconia, o con le piazze deserte, i treni affollati, i ristoranti prenotati, le città sconosciute. “Ma se, certo, per mangiare le ostriche sarebbe meglio essere in due, in fondo la scelta peggiore è non mangiarle affatto”, riflette Maria Perosino nel suo “Io viaggio da sola” (Einaudi). Neanche lontanamente, c’è l’ombra di un punto interrogativo in questa conclusione, che è uno dei punti fermi del manuale semiserio di una donna, la cui vita ha sterzato all’improvviso. Un compagno, perduto troppo presto; un nuovo stato di famiglia e un’intera vita da ripensare. Nelle pagine di questo libro, invece, che è un po’ diario, un pò cena tra amiche, un po’ guida per viaggiatrici, molto kit di sopravvivenza e tanta vita vissuta, c’è la prova provata che “si può fare”. E può essere molto bello.

Basta imparare a scegliere le destinazioni, non reprimere i desideri, continuare mangiare a ristorante – in un tavolo per uno senza sentirsi tristi – e non smettere di prendere aperitivi a Istanbul, davanti al Bosforo. Anche se è un posto incredibilmente romantico e tanto avevi desiderato condividerlo con il tuo compagno.

Ma per viaggiare da sole- bene- bisogna imparare anche a fare – bene- la valigia. O meglio, il trolley, “l’invenzione che piú di ogni altra, pillola anticoncezionale inclusa, ha contribuito alla liberazione delle donne”, scrive l’autrice che- un po’ come me- non è proprio abituata a girare con uno zainetto leggero in spalla. Anche se, a differenza di me, è precisa, organizzata e mai ritardataria. E sa mettere in borsa tutto ciò che le serve, senza dover schiacciare, per chiudere. Ma come si fa a lasciare a casa quel vestitino turchese, appena comprato, che tanto sta bene con quel decollete – altissimo – che adori indossare, ma che non si abbina proprio con nient’altro? E poi, vuoi non portarti dietro – per due, tre settimane dal programma fluido – delle scarpe da ginnastica, quelle con un po’ di tacco, ma che ti lasciano camminare o delle zeppe per ogni evenienza? E meno male che è estate… Perché “non c’è nessuno di più solo, che una donna con più valigie” – nota Maria, che racconta però anche come farsi aiutare, a salire sul treno. Ad esempio.

Con questo aspetto, del viaggiare da sola, io faccio i conti spesso. Perché spesso sono in giro, per lavoro. E mi posso ritrovare, come all’isola del Giglio, con un trolley, il computer, microfoni vari nelle mani, la mia borsa sulla spalla. E senza più una stanza d’albergo, fatta incautamente lasciare, salvo poi voler prolungare la trasferta. O, molto peggio, quando mi trasferii per un periodo a New York: SoHo, bellissima atmosfera, tipico palazzo di inizio secolo con la scala antincendi fuori, ma sei piani senza ascensore- dentro. Con valigie per tre mesi, al seguito. E nessun amico, ancora, da poter cooptare. Né era il massimo correre il rischio di farsi rubare – subito – parte del bagaglio, lasciato incustodito a terra, mentre cominciavi a trasportare su il resto. Lasciamo stare, va…

Però, poi, dal giorno dopo, con i flip flop ai piedi – come li chiamano loro, o l’equivalente delle Manolo Blanik, per dirla con Carrie di Sex&The City, ho viaggiato da sola nella Grande Mela. E in un pezzo di America. Scoprendo luoghi e persone e atmosfere ancora più incredibili, perché conquistate da me, come quando sono stata sei mesi in Germania. Mi resta, però, ancora molto da imparare. Perché quando sei in giro da sola, per lavoro, è questo che ti fa compagnia, in fondo, anche al tavolo di un ristorante apparecchiato per uno.

E poi, ho sempre la questione delle scarpe da risolvere. Insieme a “Io Viaggio da sola”, sono previste lezioni di valigia. Private e/o di gruppo? cercherò sulla pagina fb di Io Viaggio da Sola.

Oggi, 4 Luglio, a Milano, Io viaggio da sola è alla libreria Gogol (via Savona, 101) alle ore 19. Insieme all’autrice, Maria Perosino, alle letture di Biba Acquati. E a tanti amici.

Ps. Viaggiare da sole può essere anche un tema, ancora più serio, in alcune realtà particolari. Come i paesi della piana di Gioia Tauro. Anche allora, il libro di Maria, mi è tornato in mente. Mentre ero lì, ad occuparmi di Calabria, di ndrangheta e di collaboratrici di giustizia. E ve ne parlerò ancora. Anzi, lo farò insieme a Maria Perosino, presto

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