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Borsellino, eroe tragico

“Me ne sono andato in punta di piedi, quasi non credendoci”.

Nel giorno dell’ anniversario e delle cerimonie, dei messaggi ufficiali e dei minuti di silenzio, nell’anno in cui le celebrazioni e le polemiche sono più forti che mai, è con le sue stesse parole che vorrei ricordare Paolo Borsellino. “Me ne sono andato in punta di piedi”, disse il giudice nel discorso di commiato alla Procura di Marsala, il 4 luglio 1992. L’ultimo in pubblico.

E’ una frase semplice, umile e poco nota, questa, tra le tante pronunciate dal giudice e diventate bandiere dell’antimafia, ma anche – ed è bello – massime di riferimento per generazioni, slogan cari ai più govani, che li riproducono su magliette, striscioni, volantini. Nella giornata di oggi, arroventata da scontri istituzionali, nuove rivelazioni e ferite incancrenite dai troppi segreti, mi piace citare solo questa piccola frase umile. Di un uomo, che faceva in silenzio il suo dovere e che sentiva l’obbligo “morale” di continuare a farlo, “senza lasciarsi condizionare dalla sensazione o financo vorrei dire, dalla certezza che tutto questo può costarci caro”. Il viso di Paolo Borsellino era teso, carico di rabbia, oscurato dai dolori e incupito di pensieri, mentre rispondeva alle domande di Lamberto Sposini, in quest’intervista successiva alla strage di Capaci. Il richiamo al dovere è la prima, più forte e più importante eredità che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ci hanno consegnato. Anche per momenti- come questi – in cui le inchieste sulle stragi e la trattativa raccontano di patti inconfessabili e accordi impronunciabili tra Stato e mafia. Il richiamo al dovere, sempre. Anche quando uno dei più fidati collaboratori, il commissario Ninni Cassarà ti dice: “convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.

Era davvero così e Paolo Borsellino lo sapeva. Ma novello eroe tragico- nell’accezione classica del termine, di chi segue le sue leggi, senza preoccuparsi delle conseguenze –  andò avanti, nella ricerca della verità. Non smise mai di combattere. E di battersi. Anche con la “certezza che tutto questo può costarci caro”.

In questa giornata, vorrei solo ricordare così – con un paio di sue frasi, poco note- Paolo Borsellino. Con le frasi vere, senza la “retorica di Stato”, biasimata da Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta, che ha firmato la prefazione al libro “Le Ultime Parole di Falcone e Borsellino”, Chiarelettere, di Antonella Mascali. Mancava un libro così, un libro che facesse parlare solo i due giudici simbolo dell’antimafia, con le loro stesse parole. Raccolte, senza interpretazioni. Libere dai tentativi di strumentalizzazioni, che le hanno accompagnate- spesso- in questi due decenni. I discorsi e le interviste di Falcone e Borsellino, per conoscerli davvero un pò in più. Mentre tutti ne parlano.

ps. Tantissimi sono i libri, le ricostruzioni e le inchieste pubblicate in questo ventesimo anniversario delle stragi di mafia. Per andare un pò più a fondo nei misfatti della trattativa e nei segreti che hanno preceduto e seguito il tritolo di via D’Amelio, vi segnalo anche la bella e appassionata ricostruzione de “Il Vile Agguato”, firmata da Enrico Deaglio- Feltrinelli.  Che subito ci riporta a quella domenica di 20 anni fa, a quel 19 luglio 1992: “Automobili carbonizzate, idranti, olio, vetri dappertutto, vigili del fuoco, asfalto lucido. Una sensazione di calore atroce anche solo a guardare la televisione. Allora si diceva: come a Beirut, perché Beirut aveva aperto le danze per questo tipo di cose. Oggi si direbbe: come a Baghdad, dal nome della città che ha moltiplicato Beirut per mille”. Ma non era l’Iraq, né il Libano. Ma la Sicilia dei misfatti, terra “bellissima e disgraziata”.