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Reggio Calabria e la Tabula Rasa dalla ndrangheta

Reggio Calabria – Succede spesso a chi soffre di malattie psichiche: il primo passo verso la guarigione è scoprire e ammettere di avere una patologia. Così è anche nelle terre di mafia: smettere di negare l’assenza del problema significa già guardare avanti. E questo è la meta che con una costanza da maratoneti si propongono gli organizzatori del festival Tabula Rasa di Reggio Calabria. Un nome, una missione: fare pulizia di quelle incrostazioni, quei silenzi e quelle convenienze che rendono normale respirare il verbo malavitoso, ancor più che l’aria di mare. Come? Con incontri, per incuriosire le serate estive; spettacoli, per animare il tempo libero; parole, per insidiare il silenzio. Sullo sfondo, di una battaglia antimafia portata avanti con la caparbietà tutta calabrese e la puntualità della goccia, che scava nella pietra.
Ogni volta, un pò più in profondità, con le voci dei magistrati, che raccontano le trame scoperte proprio lì, dietro il celebre lungomare che impressionò D’Annunzio; con le riflessioni degli studiosi, le domande dei giornalisti. Perché anche attraverso le “chiacchiere” di una calda serata estiva può maturare il cambiamento. Per questo, quest’anno Tabula Rasa ha voluto allargare la sua sfida anche in alcune roccaforti del silenzio malavitoso, portando voci e facce diverse là dove invece tutti sono abituati a conoscersi e riconoscersi: paesi come Africo, Rosarno, Monasterace. Anche in queste piazze quest’anno é cominciata l’azione di Tabula Rasa, il festival nato dalla determinazione di Giusva Branca e Raffaele Mortelliti, promotori già del sito di informazione Strill.it, divenuto un imprescindibile punto di riferimento nel difficile quadro informativo di una Regione rimasta a lungo nell’ombra. Con determinazione e costanza, battono da anni sul ferro dell’indifferenza e dell’apatia di una città, come Reggio Calabria, dove la gente sembra assuefatta ai diktat malavitosi. Stesa come i suoi Bronzi di Riace, nascosti con le loro bellezze, distesi con i loro muscoli, che sarebbero invece emblema di vigore, forza e bellezza. Quello che sembra mancare in questa punta dello Stivale, dove la percentuale di affiliati alla ndrangheta supera quella di storiche roccaforti di Cosa Nostra come Bagheria. Ma quel che è (ancora) peggiore, è la rassegnazione, l’accettazione del “tanto non cambia mai niente”, tutto è destinato ad essere così. Dai treni fantasma, al lavoro chimera, dalla spartizione degli appalti, alla scelta di farsi i fatti propri. All’incapacità di immaginare un futuro, tempo inesistente nel dialetto calabrese. E’ questa la rotta che soprattutto l’azione quotidiana di chi vive sul territorio può invertire. Con l’informazione costante e con l’ “evento”, che scuote, stimola, raduna. Interessa. O disturba, a seconda della prospettiva. E tantissimi si sono fatti coinvolgere dall’entusiasmo di Tabula Rasa, come dimostrano le sedie sempre occupate degli incontri di quest’edizione. E qualcosa è arrivato anche nelle case, in genere chiuse come fortezze, degli abitanti dei paesi più difficili. E’ il dubbio, che si insinua; la pietra, che muove l’acqua nello stagno. Tutto questo ha un valore ancor maggiore, se riesce nonostante tutto. Nonostante l’assenza di aiuto, i pochi soldi e i troppi ostacoli. Ma forse anche per questo funziona.
Ps Io ho un debito con Tabula Rasa e con gli organizzatori, che ho scoperto quando tre anni fa su Radio24 ho curato una serie di puntate sulla Calabria, che resiste e cambia. Ho un debito, perché sarei dovuta essere in piazza a Reggio Calabria, col procuratore aggiunto Michele Prestipino, l’ex capo della mobile (ora a Roma) Renato Cortese e col collega dell’Ansa, Filippo Veltri per parlare della “linea della Palma”, l’avanzata del malaffare secondo la celebre definizione di Leonardo Sciascia. Ripreso in “A Ciascuno il Suo”, appunto, la mia rubrica su Radio24. Purtroppo, non ho potuto esserci- con mio grande dispiacere. E spero di poter onorare il mio debito col festival e con quella terra presto.