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Rai, “Io, precaria del lavoro e del senza lavoro”

La precarietà, come norma. La precarietà, sancita per legge. La precarietà, viziata dalla burocrazia. La precarietà, da anni sistema nella più grande azienda editoriale italiana, la Rai.  La precarietà- come condizione quotidiana di vita. Che ti abitua a fare i conti con i mesi dentro e quelli fuori, dall’ufficio. A fare i calcoli, tra contributi, stipendi e straordinari. A ragionare per “bacini”, matricole e sigle che sembrano chimiche, ma che racchiudono uno status: TD, Tempo Determinato. Ricevuto e pubblico la testimonianza di una giovane professionista Rai – da anni precaria – e che quest’estate ha dovuto fare i conti anche con la precarietà del “senza lavoro”. E la difficile impresa di arrivare ad un sussidio di disoccupazione, tra burocrazia, ferie. Troppa carta. E code infinite. Eccola. Credo sia uno specchio di molti aspetti di un’Italia, ancora troppo faticosa per chi- e sono sempre di più- vive da TD.  Una vita con la scadenza.

“2 luglio, Milano. Ex ufficio di collocamento. Il mio viaggio parte da qui, con un obiettivo e un diritto: chiedere la certificazione dello stato di discoccupazione per termine contratto. Un foglio di carta,  necessario insieme ad altri dati, per chiedere all’ Inps l’ assegno di disoccupazione. La tecnologia? Non pervenuta. Tutto è carta, tutto va fatto di persona.
Sono le 8.45 e davanti al centro per l’impiego di viale Jenner, ci sono davanti a me forse piu’ di 300 persone. Tutte in attesa che l’ufficio apra.
Il giorno precedente ero stata respinta, causa sciopero.
Non c’ è un sistema funzionale utile a ordinare gli arrivi scomposti: scatta il fai-da-te, scopo sopravvivenza.
In fila, per lo più sono insegnanti non di ruolo. Si cerca di sopperire al mancato sistema di numerazione degli arrivi, con un foglietto volante in cui, con difficoltà, accalcati gli uni sugli altri, si cerca di farsi scrivere il proprio nome. Il tutto con le inevitabili, violente proteste di chi giura di essere arrivato prima.
Passa un’ora e la fila ammassata aumenta; iniziano ad entrare i primi, gli operatori chiamano i numeri sulla base di una loro numerazione cartacea, quella che sarebbe dovuta esserci gia’ dal mattino presto, come si fa in macelleria o dal panettiere. Gli ultimi arrivati non accettano il sistema casalingo di gestione del “traffico” e iniziano ad urlare. Dopo varie grida, offese e strattoni, ognuno cerca di passare avanti all’altro. Qualcuno minaccia di chiamare la polizia e giura di non aver mai visto una bolgia simile negli anni precedenti.
Il mio numero sul foglio è il 244, quello cartaceo dato dalla reception dell’ufficio è 197.
Benché non abbia spinto per arrivare prima, sono fortunata e guadagno posizioni. Vengo chiamata alle 11.20, dopo avere compilato un modulo in cortile insieme ad altre centinaia di persone. La pratica dura 2 minuti.
Esco con la mia certificazione dello stato di disoccupazione e corro all’ufficio Inps con un taxi per portare questo ed altri documenti.
Tutto è a posto, la pratica viene protocollata e archiviata in pochissimo tempo. Devo attendere un mese, per sapere se la domanda è stata accettata.
Certa dei miei requisiti, attendo fiduciosa la risposta affermativa.                   Scopro – invece- dopo varie telefonate al call center, che le domande di disoccupazione quest’anno sono state moltissime e che forse non ci sono soldi per soddisfarle tutte. Devo comunque aspettare ancora 10 giorni.   Siamo al 13 agosto. Vorrei andare in vacanza, anche con la testa, oltre che col corpo. Ma tutto sembra andare in direzione opposta. Dopo l’ ennesima telefonata, vengo informata della mia ” non idoneità” a ricevere il sussidio di disoccupazione.   Certa  invece di avere le carte in regola, non mi do per vinta e richiamo due volte il call center. La prima volta, l’operatore mi invita a fare ricorso attraverso patronato o sito Inps, la seconda, un’altra voce ipotizza una spiegazione del fatto che la mia domanda non sia stata accolta. Nulla è detto o scritto sulle cause, forse l’errore allora è dato da un’incongruenza di date d’archiviazione, per cui mi suggerisce di rifare la domanda. Vuol dire perdere tutto il sussidio dovuto fino ad ora e accontentarsi dei pochi giorni restanti fino all’inizio del nuovo contratto,(dato che entro i 68 giorni dal licenziamento il pagamento avviene dopo 5 giorni dalla domanda per cui si perde tutto il retroattivo, mentre se la domanda viene fatta entro il 6’ giorno dal licenziamento, il bonifico copre dalla 2’ settimana di fine rapporto di lavoro). Tento la carta Inps locale, non sono a Milano.  Teoricamente in vacanza. Una gentilissima impiegata comprende le ragioni del mio malumore e mi conferma che ho tutti i requisiti giusti per il pagamento; decisa ad aiutarmi, chiama i suoi colleghi dell’Inps di Milano.   Al decimo numero senza risponde, ecco arrivare dall’altra parte della cornetta una reduce della sede, che evidentemente è tra le poche non in ferie. Rimasta sola ad occuparsi di disoccupazione, deve evadare ancora 800 domande- ci dice. Ma i suoi colleghi “giustamente” sono stati mandati in ferie. Collaborativa l’eroina al telefono, dice alla mia referente che la mia azienda non ha trasmesso tutti i dati utili e che ha bisogno del mio contratto faxato piu’ una mia richiesta di riesame della pratica.     Gentile da parte sua tale collaboratività. Telefono alla mia azienda per avere spiegazioni sui mancati dati sensibili all’inps,mi risponde un amministrativo che i dati sono stati trasmessi e che entro luglio l’inps avrebbe dovuto avere tutto il necessario contributivo circa la mia posizione, compreso il termine del mio contratto. E’ chiaro che o  la mia azienda di migliaia di lavoratori o l’inps non hanno detto la verità…è probabile mi rassicura l’amministrativo al telefono che l’inps superficialmente respinga le domande ove manca anche solo un dato apparentemente omesso, senza fare una minima verifica in modo tale da temporeggiare;infatti il ricorso e il riesame comportano mesi  di attesa, utili all’ente a poter ricever i finanziamenti  dallo Stato; soldi che evidentemente mancano,come affermato da un’addetta al call center per pagare tutti i disoccupati del bel paese a spasso, che questa crisi ha incrementato.”

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