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Nel “Porto franco” della ndrangheta

Nel “Porto Franco” della ‘ndrangheta, i boss sono “il passato, il presente e il futuro”-come dicono loro stessi intercettati. Nel porto franco della ndrangheta, le regole sono quelle dei clan. E anche importanti multinazionali si adattano, quando sbarcano lì. E accettano quelle regole. Nel porto franco della ndrangheta, capita che i candidati alle elezioni facciano la fila alla porta del capoclan, per chiederne voti. E promettere favori. Nel porto franco della ndrangheta, capita di trovare i boss insieme a medici, imprenditori e professori. Ma anche a forze dell’ordine, politici e magistrati.

Nel porto franco della ndrangheta, gli alberi genealogici raccontano di una contaminazione che riguarda spesso anche i cosiddetti “insospettabili”. E manca la prospettiva del futuro, proprio come nel dialetto calabrese.
Dopo aver rintracciato e fotografato le mafie in giro per il mondo con “Mafia Export”, torna nella sua Calabria, Francesco Forgione, per raccontare-appunto- “Il Porto Franco”, politici e manager e spioni nella repubblica della ndrangheta (Dalai editore, 407pag, 18€).
L’ex presidente della Commissione Antimafia- quella che sotto la sua guida firmó nel 2008 la prima importante relazione sulla “colonizzazione” della malavita calabrese- attraversa le storie e i luoghi di questa terra di contrasti. Dove ad un carico di cocaina piazzato bene, corrisponde il cambio del parco auto a Gioia Tauro o nuovi piani sui palazzi. Che intanto- come ciuffi, mostrano sulla testa piloni di cemento e assi di ferro. Le storie giudiziarie e umane dei boss seguono cosi, nella narrazione di Forgione, attraverso le intercettazioni e il racconto di facce e luoghi, l’ascesa e caduta della piana e del porto di Gioia Tauro. O la clonazione delle ndrine dalla punta dello Stivale alla testa, in Lombardia.
La Calabria, la regione col triplo di affiliati alle cosche rispetto alle altre infette di malavita organizzata. La Calabria, dove scrivere é un rischio. E parlare una rivolta. La Calabria, con i diritti negati e le città contaminate, fin nelle ossa dalla ndrangheta. Dove un ex informatore del Sismi è accusato di aver spifferato ai boss gli imminenti arresti. E un carabiniere, di essersi venduto per auto di lusso e viaggi. Donne e segreti, nello scambio con un importante magistrato, arrestato. Tutto questo c’é nel Porto Franco di Forgione, dalle operazioni finanziarie al brodo di capra, nei paesi dell’Aspromonte. Dalla mafia dei pastori a quella dei sofisticati broker.
E da qui bisogna sempre partire e qui bisogna sempre tornare nella lotta alle cosche, dalla loro casa madre. Per dimostrare che lo Stato sa essere “credibile e visibile”, per dirla con le parole del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa. E sa togliere ai clan quei servizi, che creano il consenso e quindi la forza delle cosche. Alla punta dell’Italia, deve guardare anche Milano, che rappresenta una delle propaggini più importanti della ndrangheta.

Anche di tutto questo abbiamo parlato martedì sera, in un affollato e appassionato incontro- all’interno della festa di Sel–  col sindaco di Milano, Giuliano Pisapia; il giudice Giuseppe Gennari, che ha firmato le ordinanze delle principali inchieste di ndrangheta sotto al Duomo; il consigliere regionale Giulio Cavalli, sotto scorta per le sue denunce, e Francesco Forgione, appunto,  insieme con Massimo Rebotti, Corriere della Sera.