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Scampia, tra morti, droga e denunce

Scampia- I tossici sono gli ultimi a sparire. E tra androni abbandonati e tappeti di siringhe, cercano la roba, dentro le Vele o negli angoli del Terzo Mondo. Ma nelle originarie stanze del buco  o dietro i cancelli che qui delimitano le tante piazze di spaccio, ora all’apparenza non c’è nessuno. Anche se occhi invisibili ti seguono, tra scale marchiate da  vecchie e nuove pistole. E rampe, dove il gesso per terra segnala l’ultimo agguato. A Scampia, la nuova faida – tra gli scissionisti e quelli che “se so vutat'”, come registrò un’intercettazione, cioè i cosiddetti “Girati” di via Vannella Grassi – ha fatto scomparire vedette e pusher. E i tossici non capiscono. Quando si spara, non si vende.
E non si vende neanche qui, dietro questo portone rosso sventrato, che segna l’ ingresso nel Lotto G/I sette Palazzi, la terra ora contesa. La nuova battaglia di Scampia parte infatti proprio da questo punto di spaccio conteso tra i vecchi vincitori e i nuovi sfidanti. E da qui, dal cuore della nuova faida di camorra, parte anche questa puntata di ACiascunoIlSuo.
“I boss si impossessano del palazzo dove abitano, modificano il portone, sostituendolo con uno blindato, schermato e con la feritoria- per vendere la droga.  Chiudono le strade di accesso e le controllano con sentinelle. Noi siamo partiti da qui. Dall’aggressione sistematica delle piazze di spaccio”.
Da mesi, ogni giorno, domenica compresa- e a volte anche due volte al giorno– Michele Spina, primo dirigente del Commissariato di Scampia– manda i suoi uomini a smontare cancelli e cercare fabbri, che li hanno costruiti. Ogni cancello è una piazza di spaccio –segnalata ora sempre più spesso pure dagli stessi abitanti del quartiere, dagli altri– quelli che la faida la subiscono solo. E che hanno cominciato a mandare denunce anomine.
La battaglia di Scampia infatti si combatte a cominciare dai pacchetti di polvere bianca, che muovono l’economia del quartiere. E la battaglia di Scampia in realtà è ricominciata da mesi. Per alcuni, non è mai finita. Anche se il fuoco ravvicinato delle pistole negli ultimi tempi ha fatto saltare tutti gli equilibri. E spedito tra questi palazzoni di cemento, 200 agenti in divisa.
Sulla sua scrivania al commissariato di Scampia, Michele Spina ha- tra le altre mille cose- un grosso campanello. Appena sequestrato. L’ultimo sistema di vigilanza dei clan, che licenziano parte delle sentinelle. Una piccola vedetta di camorra era stato anche Davide Cerullo, ex pusher nelle vele, ora volontario al servizio dei bambini di Scampia. “Quando avevo 10 anni, ero già un piccolo latitante. Trasportavo droga per i boss, a volte armi e talora facevo il loro guardaspalle”, ci racconta- quantificando anche i suoi guadagni: fino ad un milione di lire al giorno.  Ora, la ripresa della faida e l’invio di rinforzi in quest’ enorme periferia di cemento- dove neanche le strade hanno un nome, sostituito dal numero della legge sull’edilizia popolare –  hanno mandato in crisi gli affari dei clan. Tanto che la macchina contasoldi – appena sequestrata a casa di un nos- non era più in funzione e nel Rione dei Fiori, il Terzo Mondo, a casa di una delle famiglie in vista gli agenti hanno trovato solo 27.120euro: in altri tempi, almeno 50mila sarebbe stato il guadagno per la vendita di più giorni di cocaina. Ora lo spaccio si è spostato. E’ volante. Tra scooter e auto. E i guadagni non sono più quelli all’ingrosso, come il mercato della droga, a cui da queste parti sono abituati. E anche per questo, c’è chi prevede che presto dal carcere partirà l’ordine della pace.  Nel frattempo, i ventenni di Scampia e non solo continuano a cadere sotto il fuoco della nuova faida.
Rispetto al 2004, però, stavolta sul tavolo del primo dirigente del commissariato di Scampia ci sono anche le denunce degli abitanti del quartiere. L’altra Scampia, quella che non vuole più trovarsi in mezzo alle sparatorie. O lasciata fuori casa dai boss, che si impossessano del palazzo per spacciare. Ora l’altra Scampia- piano piano e in modo anonimo comincia a denunciare, come hanno visto anche allo sportello anticamorra, aperto “come una sfida” a novembre da Ciro Ferrara. “30-40 le denunce in questi primi mesi”, ci racconta. Come abitanti di uno stesso ballatoio, che si incrociano di rado, le vite dei Malament’ e della gente per bene procedono parallele. Senza toccarsi.
E proprio per loro, per le mamme normali che vanno a prendere i figli a scuola o che li portano sul campetto di calcio, ora si combatte una sfida importante: mettere in pratica ciò che è scritto nel manifesto gigante che accoglie chi arriva in metro a Scampia: “Basta crederci. E trovi un mare di bene a Scampia”.
ps. Mancavo da Scampia da qualche anno, no, non dai tempi della faida, c’ero tornata anche dopo, per raccontare il quartiere, la ripresa. E la vita normale, legata ad esempio alla costruzione di un centro sportivo, per futuri calciatori. Alla gente di Scampia, quella per bene, danno molto fastidio le telecamere che si accendono e spengono, in coincidenza col rombo delle armi. Ogni volta, però, c’è incredulità e sconcerto, camminando per gli androni fatiscenti delle Vele. O nel labirinto delle Case dei puffi o del Terzo Mondo, tra enormi statue di Cristo e Padre Pio e occhi che non vedi, ma senti. C’è incredulità e sconcerto, per queste fette enormi di città lasciate colpevolmente negli anni in totale balia dei boss. E c’è grande senso di colpa, davanti alle facce pulite dei ragazzini, che dietro il pallone sul campetto dell’Arci Scampia, ad esempio, cercano il riscatto dal cemento grigio di questo quartiere. Lontano dal mare di Napoli.
pps Da lunedì 24, il podcast di ACiascunoIlSuo da Scampia sarà scaricabile. Poi scriverò anche un Reportage. Per questo lavoro, devo ringraziare tanti accompagnatori, più o meno istituzionali. E uno, speciale.

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