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Borsellino, “Essendo stato”. Sul palco altri magistrati

Un sudario. Un coro di donne. E poi solo parole, per ripercorrere un attimo. Un attimo, lungo una vita intera. E lì steso sull’asfalto rovente, l’ uomo ribattezzato poi eroe, richiama gli odori del suo mare, i profumi della sua terra. Tutto in quei pochi secondi, prima che le lancette si fermino alle 16.58 di quel 19 luglio 1992.

“Borsellino. Essendo Stato”. E’ l’oratorio funebre, in memoria della strage di via D’Amelio, messa in scena da altri magistrati. Da Oscar Magi, soprattutto, che cura la regia e dà voce al collega Paolo. Da Ilio Mannucci Pacini, che nelle vesti di Giovanni Falcone accoglie nel mondo delle vittime per mafie l’amico Paolo, con cui giocava sui campetti della Kalsa. C’è Lucio Nardi, che diventa il suo Virgilio in questo percorso. E poi, come nelle tragedie classiche, un coro (di altre toghe, Monica Cavassa, Luciana Greco, Maria Bambino, Barbara Medagliani) canta la storia dell’eroe. E tesse il suo sudario. Mentre nenie d’altri tempi richiamano il pianto delle donne.

E’ stata un’ora di teatro intenso e sentito, nella platea del San Babila. Gremita e attenta. L’accento – napoletano – del giudice Magi trasmetteva ugualmente benissimo i densi i pensieri, gravi, del collega siciliano. L’eroe tragico, che non lascia. Che va incontro al suo destino di morte. Consapevolmente. In una terra, che resta in silenzio. Impietrita. Come immagina Paolo sua madre, in quell’attimo in cui si congeda dalla vita. Dai suoi agenti, a terra anche loro su quell’asfalto. Dalla sua famiglia. Quando sente il passo del faccendiere, che gli si avvicina. “Perché le camminate raccontano delle persone, sono segni e impari a riconoscerle”, racconta Borsellino-Magi.

Prima di incamminarsi in un corridoio – che sembra quello percorso tante volte nel suo Palazzo di Giustizia – ma che ospita invece uno dietro l’altro le vittime della sua terra. La terra dei limoni.