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Terremoto, il processo alla scienza. E alla “fragilità” italiana

I meccanismi della Giustizia, le parole della scienza, le paure della gente. C’è stato anche un grandissimo problema di comunicazione dietro questa brutta storia – tutta italiana- dell’Aquila. Un terribile terremoto, 309 morti, le rassicurazioni della comunità scientifica, le condanne del Tribunale alla Commissione Grandi Rischi. “Rassicurarono” la popolazione dell’Aquila, spaventata dal ripetersi dello sciame sismico. E per questo, molti non lasciarono le case la notte del 6 aprile del 2009, quando alle 3.32 la terra tremò in modo devastante. Doveva essere un’operazione “soprattutto mediatica”- come registrarono le intercettazioni, quella riunione degli esperti all’Aquila. Che “durò pochissimo”, come ammettono loro stessi.
Cosa fu detto poi alla popolazione? Se i terremoti non possono essere davvero previsti- laddove per previsione si intende poter dare le effettive coordinate di luoghi e tempi – perché gli aquilani furono “rassicurati”? Perché semplicemente non si ammise l’impossibilità di prevedere eventi di questo tipo? Cioé- tradotto nelle logiche giudiziarie- furono prese tutte le precauzioni possibili, per ridurre gli effetti di un sisma disastroso? Le domande che stanno dietro a questo processo e a questa prima coindanna- che ha scosso l’intera comunità scientifica- sono queste. In sostanza, l’accusa è l’opposto del procurato allarme. Le ricadute di questo tipo di condanna- durissima, 6 anni agli scienziati, due in più della richiesta della Procura – saranno verosimilmente molto forti nella gestione delle emergenze. Sempre più difficili. Ma io continuo a pensare che- al di là della vicenda giudiziaria- anche in questo caso ci possa essere stato un terribile problema di comunicazione alla gente. Cosa fu effettivamente detto ad una città intera, stremata e spaventata da continue scosse? E quali alternative concretamente si aprivano? Di fatto, soltanto una: decidere di uscire subito fuori casa, ad ogni tremolio. Anche nel cuore della notte. Mica si poteva deportare l’ intera città in un campo tenda, aspettando che tutto passasse. Senza sapere cosa e per quanto si stese aspettando? Tante volte nelle sciagure, come queste, le vicende giudiziarie si portano dietro altri dolori e il bisogno di un colpevole. Tante volte, è anche vero, le sciagure hanno alle spalle superficialità, nella costruzione dei palazzi ad esempio, come nella revisione- com’è successo a quell’ingegnere dell’Aquila, già condannato per il crollo della palazzina sotto le cui macerie morì anche la figlia. Forse, se un aspetto positivo si potràù mai ricavare da queste laceranti sentenze giudiziarie è quello di un monito ad avere più consapevolezza del Paese che abitiamo e non lesinare in verifiche e precauzioni mai. L’ “Italia fragile” è stato il titolo dell’ultima puntata di A Ciascuno Il Suo, in cui- col capo della Protezionce Civile- abbiamo parlato anche di previsioni e sistemi di sicurezza, dal terremoto alle alluvioni. Forse quello che tutti possiamo fare è ricordarci più spesso che l’Italia è un Paese ad alto tasso sismico. E le nostre case devono essere più sicure. Come i nostri paesi, arrampicati sulle colline. Sto tornando ora alle Cinque Terre, ad un anno dall’alluvione che uccise 12 persone tra lo spezzino e la Lunigiana. E qui- ad ogni temporale più forte- trattengono il fiato, perché “ci sono ancora 60 frane aperte”, denuncia il sindaco di Monterosso, Angelo Betta. Quando la settimana scorsa fu diffusa l’allerta per possibili “eventi estremi” legati ad una perturbazione, hanno dormito in Comune. Pronti ad intervenire. E non si sono lamentati di questo, il giorno dopo, visto che nulla era successo. Perché sanno che molto- di brutto- poteva di nuovo verificarsi.