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Manager per salvare le aziende confiscate ai clan

C’è l’azienda che lavora per la base americana di Sigonella. E c’è l’agriturismo del senese. L’ una fa parte dei beni tolti ad Aiello; l’altra della maxi confisca a Vincenzo Piazza. Entrambe, però, sono state “traumatizzate” dall’intervento dello Stato. E finiscono per essere a rischio, come la stragrande maggioranza delle aziende confiscate ai clan. Anche per questo, il mondo delle imprese introduce manager specializzati. Per salvarle.  64 quelli già formati e ora ufficialmente messi a disposizione da Assolombarda alla magistratura e ai ministeri della Giustizia e dell’Interno.
I dati di 30 anni dall’introduzione della legge Rognoni-La Torre sono infatti tanto chiari, quanto impietosi: su 1.516 imprese tolte ai boss, solo il 4% risultano tuttora attive sul mercato (57) e 67 hanno dipendenti. La mortalità delle aziende è maggiore al Nord che al Sud. Il quadro dell’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati  – come raccontato da A Ciascuno Il Suo a settembre – finisce così con l’essere da una parte la denuncia di un problema; dall’altra, l’ammissione di un “fallimento”: quello dello Stato, che non riesce a tenere in vita le imprese che toglie ai boss.
Tanti i perché, a cominciare dai tempi delle procedure, in media 10 anni. O per le tante ipoteche che gravano di frequente sui beni; o per i vari schermi societari, che i professionisti sempre più spesso al servizio delle mafie-  la famigerata zona grigia — hanno imparato a creare proprio a protezione dalle confische. Sono aziende il cui valore “è pari a quello di una manovra finanziaria”, ha ricordato il capo dell’Agenzia, il prefetto Giuseppe Caruso. E ancor di più in un momento di crisi, non ci si può permettere il lusso di perdere questo patrimonio. Il trend va invertito. Perché anche le aziende tolte ai boss – anzi, ancor di più per questo – devono innanzitutto continuare ad essere sempre tali, cioé capaci di reggere sul mercato. E i nodi su cui intervenire sono numerosi, a cominciare dalle banche che tolgono i finanziamenti alle aziende, proprio perché passano nelle mani dello Stato.
Storie, riflessioni e proposte si sono alternate lunedì mattina all’auditorium di Assolombarda, nel convegno dedicato proprio a “Quale Futuro per le Imprese confiscate”. Fatti concreti, contro le mafie. Qui, nel cuore simbolico dell’imprenditoria lombarda. A pochi passi dal Duomo. Eppure siamo nella stessa Regione, che vede inchiesta dopo inchiesta l’abbraccio sempre più stretto e fatale di pezzi del suo tessuto produttivo (e non solo, anche politico) con i clan. E sempre nessuno che continua a denunciare. “Gli anticorpi non sono ancora sufficienti. Sono d’accordo con il procuratore Ilda Boccassini”, commenta con Radio 24 il presidente di Assolombarda, Alberto Meomartini.
Sulle aziende confiscate torniamo questa settimana in ACiascunoILSuo- sabato 8.30, Radio 24.