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Lei denuncia i boss; lui l’accusa di follia. Arrestato

Lo schema è sempre lo stesso. Smentire e smontare chi denuncia, facendola passare per pazza. E il femminile non è un caso:  storie di pentiti e di processi riempiono di precedenti- lontani e vicini – quello che ora è successo anche al Nord. Pure questo. Una donna decide di vuotare il sacco e dire tutto su quei boss, che avevano portato via alla sua famiglia soldi, auto di lusso, una casa. E il marito, invece di confermare l’estorsione subita per anni, la fa passare per pazza.  Tenta di ridimensionare il peso delle sue parole, sventlando infermità mentali.

E’ una storia di silenzi, di paure, di slanci di coraggio, ma anche di consolidati schemi di protezione mafiosa quella raccontata in un passaggio della sentenza del giudice Fabrizio D’Arcangelo, che condanna a quattro anni e mezzo quel marito che da vittima, diventa favoreggiatore dei boss. Mentendo al pm. E’ la storia di una coppia di Gela, trasferita nel cuore della Brianza, a Busto Garolfo.

Ed è una storia che le cronache giudiziarie in tema di collaborazione hanno visto messa in pratica molte volte. L’infermità mentale viene spesso evocata, come extrema protezione dagli effetti delle denunce. Anche le ultime collaboratrici o testimoni di giustizia calabresi, nei travagli del loro percorso, sono passate attraverso la denigrazione e l’invocata follia. Ora pure questo schema si ripropone “Giù, al Nord”. E tutto è sempre più uguale.