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Veleni, misteri e corvi sul covo di Totò Riina

Partono e ritornano a quel covo di via Bernini, 54 i misteri di Palermo. E le ultime più delicate inchieste di mafia, tuttora aperte.

Partono e ritornano a quella villetta del quartiere Uditore, dove il 15 gennaio di venti anni fa veniva arrestato- dopo 24 anni e sei mesi di latitanza- il più sanguinario boss di Cosa Nostra, Totò Riina. U Curtu.

Partono e ritornano- anche le più recenti inchieste – a quella palazzina anonima, confiscata e diventata ufficio per l’Arma dei Carabinieri. Partono e ritornano le indagini, a quel nodo tuttora insoluto, delle trame di una stagione di bombe, ricatti e trattative. Perché la cattura dell’uomo simbolo della stagione stragista e poi la mancata perquisizione e il mancato controllo del suo covo restano oggi – nonostante i processi già celebrati e le documenntazioni già acquisite – due passaggi centrali delle indagini sui patti occulti tra Stato e mafia. Al di là di come si voglia chiamarli: trattativa, secondo i pm palermitani. “Tacita e parziale intesa”, per dirla col presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu.

Come si arrivò alla cattura di Totò U’ Curtu? Le rivelazioni del pentito Balduccio di Maggio – attraverso il generale Delfino al procuratore Caselli e all’allora colonnello Mori – come si conciliano con i racconti postumi del giovane Ciancimino, che racconta di aver “personalmente” preso le piantine che “cirocoscrivevano la zona dove Riina e famiglia si potessero nascondere?”.  Piantine chieste al padre, don Vito, l’uomo che i Corleonesi vollero a sindaco di Palermo, dopo che il “generale Mori e il capitano De Donno – racconta Massimo Ciancimino anche a Storiacce (nell’archivio di A Ciascuno Il Suo le due interviste) – mi avvicinarono, per cercare un canale prioritario con i vertici di Cosa Nostra”.

Nell’intrigo di misteri, ombre e prolungati silenzi – di decenni di depistaggi e di atti ostinatamente coperti da omissis – si inserisce anche il veleno dell’ultimo corvo. Che con una lettera anonima, al pm Nino Di Matteo, il più esposto nell’inchiesta sulla trattativa dopo l’impegno politico di Antonio Ingroia, parla tra l’altro anche della mancata perquisizione di quel covo di via Bernini. Ribaltando la prospettiva. Fino ad ora, si sapeva che fosse stato ripulito dai mafiosi, ora questa mano anonima scrive che le carte sarebbero state inizialmente portate in una caserma dei carabinieri. Misteri. Veleni. Nel Palazzo dove non hanno mai smesso di svolazzare i corvi. Favoriti dal buio dell’ambiguità.

Su tutto questo, siamo tornati all’interno di “Italia In Controluce” e ci tornerò ancora in “A Ciascuno Il Suo” (il sabato, 8.30). Con il racconto di quei giorni di Giancarlo Caselli, che si insediò alla guida della Procura di Palermo proprio la mattina di quel 15 gennaio del ’93; con le dichiarazioni di Massimo Ciancimino – estratti dall’archivio di Storiacce; e le riflessioni di Maurizio De Lucia, della Procura Nazionale Antimafia. Che tra l’altro avverte:   “la divulgazione dell’anonimo anch’essa dovrebbe essere oggetto di attenzione: c’è chi scrive l’anonimo e ha interesse a scriverlo, c’è anche chi ha interesse a divulgarlo”.
“L’anonimo in sè è oggetto di investigazione; la divulgazione dell’anonimo anch’essa dovrebbe essere oggetto di attenzione: c’è chi scrive l’anonimo e ha interesse a scriverlo, c’è anche chi ha interesse a divulgarlo