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I segreti dell’ “Industria della Carità”

Chiudi il libro e pensi: “Non ci posso credere, che schifo”. Chiudi il libro e risenti la commozione di quando- davanti agli occhi tristi delle donne di Haiti o degli anziani dell’Aquila, distrutta; o difronte alle immagini dei bimbi dalla pancia gonfia e la scodella vuota dell’ Africa povera – cercavi di donare il più possibile. Con conti correnti, sms, beni di prima necessità, vestiti. A chi? Ai “buoni” che in ogni emergenza intervengono,  alle associazioni di vario tipo, alle ong che sempre restano dove c’è bisogno.

Chiudi il libro, e ora davanti agli occhi hai però anche le immagini di tende trasformate “in circo Barnum” nel cuore dell’Africa, di flute di champagne tintinnanti poco lontane dalla devastazione dello tsunami; di investimenti in banca, avviati con i soldi raccolti; o di stipendi a molti zeri dei manager dell’ “Industria della Carità”.  Chiudi il libro e un pò tentenni. Perché la tentazione di non farlo più,  di non donare più così tanto davanti a spot con richieste di aiuto, che ora ti sembrano meno veri – lo ammetto – viene. Ma è sbagliata, perché di una mano c’è sempre davvero bisogno. E loro, “i buoni”, in quelle emergenze – di disastro improvviso o di crisi permanente – ci sono davvero. Solo che forse ora, anche grazie a questo libro, tu prima di donare chiedi qualche dettaglio in più, sulla destinazione dei tuoi soldi; e loro, quelli che li gestiscono, potrebbero impegnarsi quanto meno a renderlo pubblico, l’ effettivo uso.

E’ un’inchiesta appassionata e dolente l’ “Industria della Carità”, il saggio di Valentina Furlanetto, edito da Chiarelettere. E’ un viaggio senza sconti dietro gli ingranaggi della beneficenza, raccontato anche con le voci di chi li fa muovere. Così, seguendo il percorso dei soldi, si arriva (a  volte a fatica) a bilanci, dove le uscite per il marketing o per gli stipendi dei vertici superano quelle dei singoli progetti umanitari;  segui il percorso dei soldi e arrivi in ville con mobili di design a pochi chilometri dai campi profughi del Congo; o ad una rete di asili in Nepal, prima faticosamente costruiti poi abbandonati dal personale poco formato. Segui il flusso dei soldi e trovi un settore che lungi dall’essere “una scelta di vita per pochi idealisti”, solo in Italia “fattura più della moda: 67 miliardi di euro- calcola la Unicredit Foundation- con più di 650mila impiegati”. Segui il flusso dei soldi, e trovi anche qui- come nelle industrie, quelle classiche del profit – tanti sprechi, non poche zone d’ombra e meccanismi che prima attribuivi solo all’Università dei baroni o alle imprese di famiglia, non ai marchi della beneficenza, come il passaggio del comando di padre in figlio.  I fatti sono tutti lì, rigorosi come i numeri che Valentina ha cercato, verificato, confrontato con grande precisione. E si traducono in una richiesta – forte – di cambiamento nei confronti di un mondo che, però, nonostante tutto si ama. Molto. E non a caso, Valentina, voce di Radio 24 che di sociale si occupa da anni (ora con “Indovina chi viene a cena”), nell’introduzione specifica che questo libro è “un atto d’amore” verso quel mondo di buoni. Perché lo diventino ancora di più.

*La presentazione– martedì 22 Gennaio, alle 18.30 alla Feltrinelli di cso Buenos Aires