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Finmeccanica e la “filosofia delle tangenti”

Il gip lo scrive in modo categorico:  le tangenti rientrano “nella filosofia aziendale”. Una filosofia che manda in carcere – per il sospetto di mazzette dietro la vendita di 12 elicotteri all’India — il numero uno di Finmeccanica, Giuseppe Orsi; e ai domicialiri il presidente dell’Agusta Westland, Bruno Spagnolini. Una filosofia, messa in pratica stavolta attraverso false fatture di società, in apparenza arruolate in Tunisia e India – per 28 milioni- a digitalizzare in tre D progetti di elicotteri, ma che in realtà- per l’accusa- erano veicoli di mazzette, finite ad un ex capo di stato maggiore indiano. L’accelerazione all’indagine – che nei suoi diversi fronti, di Napoli, Roma e Busto Arsizio va avanti da circa due anni – la danno il rischio di reiterazione del reato e soprattutto di inquinamento delle prove. Da una parte, attraverso la ricerca di “compiacenze nella stampa” ; dall’altra, mediante i tentativi di avere al posto di Eugenio Fusco, storico pm milanese del pool dei reati economici, un altro Procuratore capo a Busto Arsizio. Tentativi esplorati attraverso due ex alte toghe, Grechi e Romei Passetti, passate poi in Finmeccanica, in quegli organi di controllo – che quindi, scrive il gip Luca Labianca, “non erano scevri da condizionamenti”. “Tangeni?Mai. In Italia, si finge di non solo sapere. Solo mediazioni, laddove sono ammesse”, dice in un’intercettazione lo stesso Orsi.
Ora oltre all’ex manager Borgogni, a raccontare dall’interno o da molto vicino il nostro colosso della Difesa, con tutte le sue opacità, c’è pure un mediatore svizzero, Guido Hascke, che a verbale riporta le confidenze di Zampini, ad di Ansaldo, secondo cui “dei soldi potevano essere tornati a Orsi, per ingraziarsi –  dice – chi lo aveva sponsorizzato in Finmeccanica, cioé la Lega”. Ma se questo capitolo resta fuori dall’ordinanza, si ricostruisce invece l’imbarazzo del governo uscente, quando ad Abu Dabhi, ad esempio, l’ex premier Monti – a quanto riporta un altro manager Moncada – “non voleva di stringere la mano ad Orsi. Capirà – die- che si deve dimettere”.
“E’ una misura devastante, decapita due grandi aziende”, attacca il difensore di Orsi, Ennio Amodio, portavoce anche dello “stupore” e dell’amarezza dell’ormai ex presidente e amministratore delegato del colosso della difesa. “Ho agito solo per l’interesse dell’Italia e della mia azienda”, dice Orsi, prima di andare nel carcere di Busto Arsizio, portando con sé solo dei libri.