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Stato-mafia, Gup Morosini: sentito inadeguato all’inizio

“Vuole sapere cosa ho pensato in quell’istante? L’ ‘unica sensazione è stata l’inadeguatezza”.

Quando Piergiorgio Morosini ha saputo di doversi occupare dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, “conoscendo la quantità e la qualità degli atti”, in quell’istante si è sentito inadeguato. “Poi un secondo dopo- racconta – mi sono messo a studiare le carte, per cercare di capirci qualcosa”. Morosini affida anche questa confessione ad ACiascunoIlSuo (in onda sabato, 8.30 su Radio24, poi in podcast), all’interno di una lunga intervista fatta di analisi, riflessioni, scenari e preoccupazioni. Parole che mi hanno colpito, per la loro sincerità e che- credo- meglio di molte analisi, in questo momento, possono dare l’idea di quale gorgo di misteri, silenzi, nodi e muri di gomma si nasconda dietro gli anni del ’92-93, quella che per molti è la notte della Repubblica. Lui, questo magistrato che in passato per studio si era già occupato dei tanti patti occulti nella storia d’Italia tra uomini dei clan e delle istituzioni, ha appena mandato a giudizio ex ministri, come Nicola Mancino, politici, come Marcello Dell’Utri, ex vertici militari, come Mori, De Donno, Subranni insieme al gotha di Cosa Nostra, da Riina a Bagarella a Brusca. Insieme, con l’accusa di aver avviato un patto incofessabile, nella stagione del tritolo, dei ricatti, delle stragi e delle paure. E il processo che inizierà il 27 maggio, per Morosini sarà  “una delle ultime occasioni, per arrivare a verità giudiziarie su quegli anni”. Poi il resto dipendenderà soprattutto da quanto torni la memoria ad alcuni dei protagonisti. Mentre prende sempre più piede l’ipotesi di una Commissione parlamentare d’inchiesta anti-mafia ed anti-terrorismo, insieme. “Sì, potrebbe essere la formula giusta per approfondire quegli anni e studiare le varie convergenze”, concorda Morosini. Se non ci fu solo mafia dietro le voragini di Capaci, via D’Amelio e poi dietro le bombe del Continente, allora solo ammettendo- anche a livello istituzionale – la presenza di altre forze eversive si può cercare di fare un salto di qualità nelle indagini. E sono molti gli elementi che vanno in questa direzione, a cominciare – ad esempio – dalla famosa sigla della Falange Armata, oggetto ora di una seconda inchiesta. Parliamo di quegli anni, ma anche di questi e delle “preoccupanti analogie” che ci sono, visto che “in passato, in tutti i momenti di transizione “entità riconducibili al crimine organizzato o alla massoneria hanno cercato – analizza Morosini – di ridisisegnare uno scenario diverso con azioni molto spesso violente”.

Nei cinque mesi in cui in un’aula del Tribunale di Palermo si celebrava l’udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia, fuori violente polemiche arroventavano il clima. Prima per le intercettazioni tra Mancino e Napolitano, poi per l’impegno politico dell’ex procuratore aggiunto che ha coordinato l’inchiesta sulla trattativa, Antonio Ingroia. “Sentivamo la tensione che c’era fuori intorno a questi temi, poiché non viviamo sulla Luna”, racconta- con franchezza il giudice, che ha soprattutto un rammarico: “se non ci fossero state queste polemiche, l’attenzione sarebbe stata maggiore intorno ai temi dell’inchiesta. E un dibattito su quella stagione sarebbe necessario”.

*A Ciascuno Il Suo, sabato 8.30 Radio24, poi podcast