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L’Aquila, fuga dalle macerie

“Per quanto tempo ancora dovremo dire grazie, per non essere stati nei container? Per questo, non torneremo mai nelle nostre case ?”. Rimbomba nella piazza, priva di vita, la rabbia di chi, da quattro anni è lontano dalla sua casa. E ancora non ha una prospettiva, né un conto alla rovescia. Rimbombano davanti alle finestre sbarrate, del centro storico dell’Aquila, gli interrogativi di un’ intera città, che a quattro anni dal terremoto, che uccise 309 persone, dopo la commozione e la solidarietà internazionale, ora teme di morire di rassegnazione. E di abbondono.

“Noi passiamo ogni giorno di proposito qui. Ma è triste. E’ come andare a trovare un morto”, sussurra una signora, che con due colleghe passa davanti alla lunga successione di porte sbarrate e lucchetti ormai arruginiti, in uno slalom di zone rosse e blocchi, per andare in ufficio. “E’ come andare a trovare un morto”, ripete. E come in un’ unica visita di condoglianza, piano si cammina nel centro storico di una città, popolata solo da fantasmi. E come un richiamo per viandanti smarriti arrivano le note malinconiche, diffuse dall’ unico ristorante riaperto, qui. Perfetta colonna sonora all’addio alla città di sempre più aquilani.

In 6mila quelli già andati via, solo l’anno scorso. Soprattutto giovani e nuove coppie. E “se non arriveranno subito i soldi, per far partire la ricostruzione davvero, questa sarà solo una città di vecchi e dipendenti pubblici”, è la preoccupazione del sindaco, Massimo Cialente. Soldi, già finiti. Soldi reclamati, 7 miliardi in totale, per arrivare al decimo anniversario con la città ricostruita. Soldi, inceppati nella trafila della burocrazia, delle approvazioni, delle autorizzazioni. Soldi, ambiti dai furbetti di ogni genere. E calcolati dalle mafie di tutt’Italia.

E’ un percorso a ostacoli la ricostruzione che parte dal rebus degli orari dell’Ufficio Ricostruzione: tre piani e tre diverse aperture al pubblico. Al terzo, due giorni solo, per 4 ore in totale. “Ma noi però stiamo sempre qui e comunque questo è un ufficio con minore esposizione al pubblico”, ci spiega il dirigente.

Trafile, ostacoli, inceppi. Mentre la città lentamente muore. Mentre tra i giovani aumenta la diffusione di alcol e droghe (“non c’è nient’altro che bere la sera”, ammette una ragazza; “a volte, sono arrivato quasi alle mani cn dei ragazzi ubriachi”, racconta il cameriere di un ristorante: “sono preoccupato per quello che vedo tra i ragazzi, qui- droga e alcol prima non c’erano”, denuncia un professore, coordinatore di più Istituti).

L’Aquila è come lo specchio dell’Italia di oggi. *Qui il podcast per riascoltare l’ultima puntata di “A Ciascuno Il Suo”