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Consulta, via libera al decreto “salva Ilva”

L’Ilva può andare avanti a pieno regime. La legge che fin qui gliel’ha permesso, nonostante i sequestri, non viola infatti la Costituzione. Nove mesi dopo l’inizio del braccio di ferro, all’ombra della più grande acciaieria d’Europa, tra i magistrati di Taranto e il Governo la Consulta respinge – perché infondati o in parte inammisibili – i tre ricorsi contro il “decreto salva Ilva“, firmati dai giudici tarantini, che la scorsa estate avevano imposto i sigilli all’area a caldo dell’acciaieria e all’ alluminio prodotto. Spiega infatti l’Alta Corte che quella norma voluta dall’Esecutivo e votata poi a grande maggioranza dal Parlamento prima di Natale “non ha alcuna incidenza sull’accertamento delle eventuali responsabilità nel procedimento penale in corso” per disastro ambientale. E cioè non va contro quel principio di indipendenza della magistratura, che invece per il gip Patrizia Todisco sarebbe stato calpestato dalla legge 231, insieme al diritto alla salute e ad altri 15 articoli. Prima di pronunciarsi, i giudici hanno voluto ascoltare in udienza anche il dramma di tre allevatori, il cui gregge è stato abbattuto nel 2008 per colpa delle polveri. Poi hanno dato il via libera all’Ilva e al decreto del Governo, che impone però al polo siderurgico della famiglia Riva – che lamenta i danni subiti dall’inchiesta – anche il rispetto delle norme ambientali dell’Aia (Autorizzazione Intergata Ambientale).

Si scrive così – almeno per ora- il capitolo finale di una battaglia, che dietro le ragioni delle toghe e quelle della politica ha contrapposto – in modo ingiusto – il diritto alla salute e quello al lavoro. Ma domenica Taranto – dopo essere tornata in piazza contro l’avvelenamento – tornerà ad interrogarsi con un referendum sul suo polmone d’acciaio.

Questa dell’Ilva è una delle vicende più laceranti d’Italia, una delle dimostrazioni degli effetti disastrosi di anni di occhi chiusi, assenza di politiche e di provvedimenti nei confronti del più grande polo dell’acciaieria d’Europa, fonte sì del lavoro per 5mila persone, ma anche dell’ espolosione delle malattie nella città di Taranto. Nel quartiere dei Tamburini, soprattutto, dove la polvere dell’Ilva si deposita dappertutto.

Avendo ben presente tutto questo- e gli obblighi che anni di omissioni impongono alla politica – è necessario però – senza le demagogie che in questi casi esplodono – anche spiegare i termini precisi della pronuncia della Consulta, già criticata da molti che richiamano appunto il dolore – terribile – delle tante madri, davanti alle malattie dei figli. Tutto vero, tutto terribile, tutto ingiusto. E su questo stanno indagando i pm di Taranto, sull’ipotesi di disatìstro ambientale, tra l’altro. E’ giusto però appunto non perdere mai di vista che questo verdetto della Corte Costituzionale doveva stabilire la legittimità o meno della legge 231/2012, non se l’Ilva sia responsabile di quei tanti tumori e di quelle troppe morti. Certo, la legge in questione- appunto- ha dato il via libera all’acciaieria per andare avanti, nonostante i sequestri del gip. Ma ora la Consulta dice “solo” che quella legge è legittima e che eventuali responsabilità, ipotizzate dagli inquirenti nell’inchiesta per disastro ambientale, possono essere accertate comunque. Anche con questa legge, che a loro dire non riduce l’autonomia dell’azione delle toghe. Anche se, certo, una legge retroattiva, fatta proprio in risposta ad un provvedimento giudiziario lascia non poche perplessità. Ma così ha stabilito la Corte Costituzionale. E per quanto mi riguarda così é. “Le sentenze si rispettano, non si commentano”, ha detto il procuratore capo, Franco Sebastio, l’uomo che di più da tempo si batte contro l’inquinamento dell’Ilva.

Ecco, partendo da qui, io credo che se non si può purtroppo cancellare il passato e il veleno che quei camini hanno seminato nell’aria di Taranto, si può però ora pretendere – ancor di più – il rispetto rigoroso delle norme ambientali. Ancor di più perché la Consulta ha dato il disco verde alla legge. Ed esigere severi controlli. La società e i suoi proprietari, la famiglia Riva, allo stesso modo farebbero bene a dare un segnale in questa direzione alla città. Concreto, con provvedimenti immediati e seri, contro l’inquinamento prodotto dai loro fumi. E anche con gesti simbolici, come finanziamenti- ad esempio- per i centri oncologici degli ospedali cittadini, per evitare che troppe persone debbano pure partire, per cercare di curarsi.

Ora con questa pronuncia della Consulta, l’Ilva ha la possibilità di tendere la mano alla città di Taranto. Che a sua volta ha il diritto di non trovarsi più davanti al bivio tra salute e lavoro.