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Moby Prince, tutti i pezzi mancanti di un disastro

Avevano detto che c’era nebbia, quella sera a Livorno. E 22 anni dopo il peggior disastro della Marina italiana, la nebbia – fitta- resiste ancora, ma non sul porto della città toscana. Piuttosto sulla verità intorno alla morte di 140 persone. Sulle cause e le responsabilità di un caso archiviato come errore umano. E la nebbia – 22 anni dopo quel 10 aprile 1991 – avvolge pure la memoria di ciò che fu il Moby Prince. Un inferno di fiamme, in cui morirono tutti i passeggeri e l’equipaggio davanti alla vista dell’intera città di Livorno. Uno solo sopravvisse. Un buco nero, fu il Moby Prince, da cui anni dopo riemergono depistaggi, omissioni. Segreti, insieme a nuove tracce ed altri scenari, mai affrontati dalle vecchie inchieste, convinte si trattasse di un “errore umano”.  E’ per tutto questo che Angelo Chessa, figlio del comandante del traghetto morto quella sera, parla di questo caso come “di una Ustica del mare”, per tutto ciò che la sua controindagine ha restituito. Come tanti vetri colorati lasciati dal mare sulla sabbia.

Riemergono i tabulati, mai messi a disposizione dall’Aereonautica; o i pezzi spariti dal traghetto, che avrebbero potuto indicare gli spostamenti. Riemergono le impronte delle vittime sulle auto annerite del garage del Moby Prince che proverebbero, secondo i periti dei figli dell’ex comandante, come la sopravvivenza a bordo sia durata ben più dei 20/30 minuti, calcolati nelle ricostruzioni ufficiali. E allora riemergono – drammatiche – le domande sui ritardi dei soccorsi. Ad una nave, carica di passeggeri che aveva appena salpato dal porto di Livorno.

Riemergono vecchie voci, come quelle trasmesse  34 minuti dopo lo scontro tra la Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo, sul canale 16.

This is Theresa, this is Theresa for the ship one in Livrono anchorage, I’m moving out, I’m moving out!” Theresa, la famosa nave fantasma, che sarebbe in realtà un cargo americano pieno di armi. E perché usava un nome in codice?

Riemergono, dal buco nero della Moby Prince, storie di processi “falsati fin dall’inizio e di forti interessi”, secondo Angelo Chessa, che insieme al fratello “a gran voce reclama la revisione del processo. Per desiderio di verità”, specifica. Per andare fino in fondo, senza escludere che effettivamente possa esserci stato anche un errore umano del padre. Ma con l’imperativo di dover comunque andare a fondo. Sul perché ad esempio gli esami sul timone proverbbero che il traghetto stava rientrando. Avaria? Un allarme?

Riemergono dalla storia della Moby Prince anche le rivelazioni di un regista, secondo cui sarebbero sparite “le registrazioni dei processi a Livorno”. E riemergono da quella carcassa annerita pure i ricordi personali di un ex venticinquenne, quale era nel ’91 Angelo Chessa, oggi ortopedico, che in quel rogo ha perso il padre e pure la madre. “Lo scoprii dal tg, fu per colpa del destino, del caso. Era salita all’ultimo momento sulla nave, non sarebbe dovuta esserci, doveva parlare con mio padre di questioni personali”.

Dal buco nero della peggior sciagura della Marina italiana, causa della morte di 140 persone, riemerge però anche l’ansia e il bisogno di giustizia. La richiesta che “qualche coscienza si svegli” e che ci sia “la volontà politica di andare avanti, nell’accertamento della verità. Chiedendo ad esempio agli amici americani collaborazione sul fronte della nave Theresa. E questo sarebbe il momento opportuno”, concorda Chessa. Ora più che mai, considerando anche la grazia appena concessa dal capo dello Stato al militare statunitense J.Romano, condannato per il sequestro Abu Omar. Ora l’Italia potrebbe chiedere qualcosa in cambio. E per questo, i figli dell’ex comandante della Moby Prince pensano di scrivere a Napolitano, come raccontano ad A Ciascuno Il Suo. La puntata di sabato 12 aprile (8.30- Radio24) sarà dedicata alla nebbia che ancora avvolge la morte di quelle 140 persone. E che non c’era invece quella sera, quando il traghetto urtò la petroliera provocando quell’incendio che bruciò ogni cosa. Vi racconterò i punti di questa controinchiesta, che potrebbe far riaprire le indagini, mentre il presidente del Senato, Pietro Grasso, rinnova anche in questa occasione la richiesta per una Commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte.

Qui una piccola anticipazione, con alcuni audio originali delle comunicazioni radio di quella notte, analizzati, scomposti e studiati, come dettagli delle foto.

Qui, a Storiacce blog, racconto anche un mio personale retroscena dietro la storia della controinchiesta dei figli del comandante Ugo Chessa. Ho conosciuto Angelo Chessa l’anno scorso, da paziente: mi ero distorta una caviglia, dopo essere stata investita e mi ero rivolta a lui come ortopedico. Ero appena tornata – con la gamba fasciata dall’isola del Giglio, per il naufragio della Concordia. E durante la visita da lì iniziammo a parlare di navi, sistemi di controllo, scatole nere (“non ancora obbligatorie su tutte le navi”, ricorda il dott Chessa) e soprattutto della Moby Prince.

Una storia ancora tutta da chiarire. Per fare finalmente luce- 22 anni dopo – sul perché della morte di 140 persone. E diradare la nebbia, che avvolge il caso. E che quella sera, però, non c’era sul porto di Livorno- secondo le nuove perizie. Anche se ad essa fin qui è stata attribuita la responsabilità della peggior sciagura della Marina italiana.