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Resistere a Napoli

Vivere in una città bellissima, ma malata significa resistere. Raccontare e criticare quella città da cui non ci si può allontanare per troppo significa amare.  “E’ come una compagna che ti ha infinitamente tradito, che continua a deluderti, che nonostante tu continui ad amarla ti odia, ma della quale non puoi non riconoscere la bellezza, la tragica verità. Nonostante lei ti odi, tu ancora vedi tutto quanto ti ha dato quando siete stati felici, ancora riconosci quello che ti ha fatto innamorare di lei”. La città è Napoli e queste sono parole di Roberto Saviano, tornato sotto al Vesuvio a presentare il suo Zerozerozero.
Napoli è così: ti entra dentro e non puoi farne a meno, per troppo. Ed è per questo che quando richiamato dal canto della sirena, chi è parito torna, ogni volta è come il bollettino medico di una persona cara raccontare ora delle proteste violente, per la Ztl; ora del furto all’America’s Cup; prima dell’inchiesta sulla mancata bonifica di Bagnoli come del rogo della città della Scienza. E sempre comunque dell’emergenza rifiuti. I valori di questa malata cronica sono sempre alterati. E la gioia di chi torna è sempre raffreddata dai virus del ventre di Napoli. E dalle facce disilluse di chi è rimasto. E resiste. Perché non si può usare che questo verbo in una città dove si “aspetta un autobus per 45 minuti, si resta intrappolati nel traffico per ore, si cade nelle buche e il fisiologico diventa un’utopia”. Ho riflettuto su quest’elenco di piccole, grandi difficoltà di Mirella Barracco, anima della Fondazione culturale Napoli. Una di quelle che nel famoso Rinascimento degli anni ’90 credette davvero. Ho riflettuto su questa successione di esempi pratici, ripensando a tutte le volte che la sera- uscendo dalla redazione- mi lamento se la metro successiva passa dopo 12 minuti; se nelle domeniche a piedi non c’è un’intensificazione del trasporto pubblico e se la burocrazia mi richiede troppi passaggi. Mi sono resa conto di quanto sia semplice e normale abituarsi ai diritti normali di una città, degna di questo nome. C’ho pensato, quando su facebook, alle mie lamentele da perenne ritardataria, alcuni amici mi ricordavano di quando-appunto- a Napoli non potevi neanche fare i calcoli in base ai mezzi pubblici. E allora mi arrabbio ancora di più. Perché allora capisco davvero il mantra della “città invivibile”, che sento ripetere da persone care, che amano Napoli. E – nonostante tutto – resistono. Ma ogni giorno con più sfiducia, più disincanto e più stanchezza. Ricaricati “solo” comunque della magia della stessa Napoli, quell’abbraccio dolce e feroce che ti stringe, quando pensi di allentarlo. Come il nodo degli amanti. E allora io, da fuori ormai, mi arrabbio per quei milioni di euro spesi per una bonifica di Bagnoli, mai avvenuta. Per i mille progetti e le altrettante inaugurazioni, rimaste solo sulla carta. Per riportare in vita un angolo di bellezza struggente. E allora io, da fuori, resto incredula davanti alle ipotesi – tanto terribili, quanto verosimili – che si rincorrono e che mi arrivano sull’origine delle fiamme della città della Scienza. E allora mi indigno per la sporcizia di cui mi raccontano amici in vacanza o dell’impossibilità di orientarsi o spostarsi nel cuore di una città più belle al mondo. Se quando sono a Napoli, a Napoli perdono tutto, ora da fuori, mi infurio. Per lo sbando in cui si trova. L’incertezza e la confusione. Per l’assenza di un’idea, per quel “tiramm’ a camppà ” che è troppo spesso la cifra negativa da quelle parti. E allora, si sopravvive. Alla monnezza, ai clan, alle fiamme, ai palazzi che crollano,agli autobus che non arrivano, al traffico che ti paralizza, ai black out di ore. E ogni volta che la gente è costretta a sopravvivere più che vivere, lo spazio per i clan si fa ogni volta maggiore. Perché in situazioni così vige la regola della sopravvivenza del più forte.

Io, da fuori e anche un po’ comunque da dentro, mi arrabbio per tutto questo. Perché Napoli meriterebbe la cura e la dedizione costante, premurosa, affettuosa che si riserva alla persona più cara. Non solo il trucco di facciata di un “lungomare liberato”. Napoli non ne ha bisogno.

*Il 25 aprile, nella trasmissione Nove In Punto di Radio24, si parla di Resistenze. Anche di queste. E anche di Napoli.