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Da Chiavenna a Udine, quando l’inferno ha i tuoi occhi

“Nei miei diari, c’è una pagina strappata. Quella successiva ha solo delle linee rette, tracciate con cura e poi calcate a forza. Nella mia memoria c’era una pagina strappata. Ora è venuta fuori“.

Chi non vuol guardare dentro di sé sceglie la rimozione. Chi non vuol cercare e capire strappa le pagine della memoria. E finge di andare avanti. Come se nulla fosse. E zittisce chi invece parla. Come chi rifà la facciata alla propria casa, senza preoccuparsi delle crepe all’interno. Cosa succede in una comunità, che si credeva sana, diversa, pulita, quando deve invece fare i conti con qualcosa di terribile e gravissimo? Cosa succede a chi partorisce un male, che neppure immaginava?
“Succede che si trincera dietro il silenzio”, risponde senza esitazioni Silvia Montemurro da Chiavenna. Quel silenzio, questa ragazza dai tratti sottili, l’ha conosciuto e attraversato, tra le sue montagne natie, sconvolte dal delitto il 6 giugno del 2000 di una suora, Maria Laura Mainetti. Per mano di tre ragazze. Com’è successo – forse – ora ad Udine, dove due adolescenti si sono accusate della morte di un pensionato.
“Ho ripensato subito a Milena, Ambra e Veronica”, racconta Silvia, a cui ora in molti chiedono pareri sui fatti di Udine, dopo la pubblicazione de “L’Inferno avrà i tuoi occhi”, un romanzo (Newton Compton, 293 pagine, 9,90), che è in realtà la trasposizione della storia vista dall’interno del delitto di Chiavenna, tema già della sua tesi. E’ spietato, pauroso, ma allo stesso intimo questo giallo, capace di entrare anche nell’intimità opaca di menti capaci di arrivare a “sacrificare a satana” una suora nota a tutti per la sua mitezza e la sua dolcezza. “Per noia, per vuoto”, riflette oggi Silvia, che avrebbe voluto una discussione profonda, una riflessione collettiva all’interno della sua comunità. “Che invece preferisce il silenzio. Preferisce che non se ne parli, è ancora un tabù, anche 13 anni dopo”.

E lei lo ha sperimentato personalmente, con la presentazione del suo libro. “Un’atmosfera strana, non è stato affatto ben accolto, anzi, forse boicottato”, riflette, mentre racconta pure degli attacchi – frontali- ricevuti dal pubblico. Da parte di chi non vuole che “si torni ancora a parlare di questo. Ci hai messo in cattiva luce“, le rinfacciano. Ancora una volta, anche in questo caso, come spesso nelle inchieste di mafia, la questione non è cosa si custodisca al proprio interno, ma la cattiva pubblicità che provoca parlare di quanto succede. Soprattutto se da parte di persone dello stesso territorio. Vengono vissuti come traditori. Ed è un pò quello che a Silvia rinfacciano a Chiavenna, a lei che ha parlato della noia profonda, dell’alcol- tanto – che gira. In una parte della provincia di Sondrio, dove anche il sole a volte arriva a fatica e il tasso dei suicidi è tra i più alti d’Italia.
Silvia ha tre anni in meno delle ragazze assassine. E si è interrogata su quel che è successo a loro e a lei, figlia di quella stessa terra. Su quello che è successo all’intera comunità. E pure sulla possibilità che il suo libro- forte, come uno schiaffo in pieno viso – potesse far del male a qualcuno. La fatica a guardarsi allo specchio, Silvia l’ha vista alla sua presentazione a Chiavenna. Anche se poi, improvvisa, dal pubblico si è alzata la cugina di una delle tre ragazze, Veronica. “Lei ha cominciato a leggere il libro. E ti fa i complimenti”.
E la gente di Chiavenna avrà il coraggio di leggerlo davvero, con l’anima, senza paura? Per guardarsi dentro? Come la città di Udine, ora, dove due ragazzine hanno raccontato di essersi sentite “come in un videogame”, dopo aver lasciato in un campo il corpo senza vita di un sessantenne, dopo la gelateria, il vino. E dopo una fuga. L’inferno ha molto spesso gli occhi di conosciamo. Ma bisogna avere il coraggio di guardarli.
*Su Radio 24, avete ascoltato Silvia Montemurro in una delle Storiacce d’autore della domenica (0re 15 e ore 23): ha raccontato a modo suo un’altra storia terribile, quella di una ragazza che uccide la sua mia amica del cuore “troppo perfetta”.