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Donne contro la ‘ndrangheta

L’indice attraversa il collo da una parte all’altra. E il fazzoletto nero intorno al viso resta immobile. La sentenza di morte è così pronunciata. Senza una parola. Da una donna, per un’altra donna. Da una nonna per la nipote. Perché nelle terre di ‘ndrangheta, chi tradisce deve morire. Così è, da sempre. Una regola d’onore che Giusy Pesce ha respirato fin da bambina. E sapeva sarebbe stata messa in atto, anche per lei.

Era per lei infatti quella condanna a morte, filmata dalle telecamere della sala colloqui del carcere. Per lei che giovane donna di una delle più potenti famiglie malavitose calabresi, ha prima tradito il marito, poi il mondo nel quale era cresciuta. Passando dalla parte della Giustizia. “Per la prima volta, una donna di ‘ndrangheta ha stabilito che lo Stato è un’alternativa. E questo è un modello rivoluzionario”. C’è la soddisfazione di chi ha attraversato un lungo cammino e superato non pochi ostacoli nella voce di Alessandra Cerreti, il pm che ha accompagnato la più importante collaboratrice di Giustizia calabrese del momento nel suo viaggio verso lo Stato. E verso la sentenza che sabato 4 maggio ha portato a 40 condanne per 521 anni di carcere, nel maxiprocesso al gotha della ndrangheta. Cruciale nella lotta alla mafia più potente del mondo, ma inghiottito anch’esso dal cono d’ombra che avvolge la Calabria intera.

“Da questa sentenza, altre collaborazioni potranno maturare”, è l’auspicio- ma anche forse l’analisi di questo magistrato, sbarcato dopo anni a Milano sulla punta dello Stretto. Lì dove le ragazze sanno di dover morire, per aver tradito. Uccise dal fratello maggiore.  “La donna che disonora la famiglia deve essere punita con la morte”, ha spiegato a verbale Giusy. Con rassegnazione e quasi condivisione. Nello “sconcerto” della pm. Ma in questa Calabria troppo lontana da tutto e da tutti troppo a lungo rimossa, dove per generazioni tutti hanno accettato il predominio della mafia, come si fa con la pioggia o col vento, come scrisse Giorgio Bocca, ebbene proprio in questa terra aspra sta sbocciando una primavera silenziosa di nuove fimmine ribelli (per dirla col titolo del bel libro di Lirio Abbate, di cui vi parlerò ancora), capaci di scegliere. Dopo essere state abituate a credere solo nell’illusione della fuitina a 13 anni o all’obbligo di concedersi al boss.

Donne molto spesso innamorate e senza paura. Al punto di avviare una relazione addirittura con un carabiniere, come fece la cugina Antonietta di Giusy, poi uccisa. Una fine che il marito della pentita le evocava a mo di monito e minaccia. Che non l’ha allontanata però dalla sua strada. Giusy e i suoi tre figli ora ce l’hanno fatta. Hanno teso la mano allo Stato e lo Stato- le ha promesso Alessandra Cerreti non l’abbandonerà, finché lei lo vorrà.

Vengono i brividi ad ascoltare la storia di Giusy Pesce. A pensare che sta avvenendo ora, nell’Italia del 2013 e non nel medioevo dei talebani. Vengono i brividi a percepire l’aria stagnante di questo mondo chiuso, fatto di regole ancestrali, che Alessandra Cerreti descrive e analizza in modo sconvolgente nella puntata della rubrica. Regole messe in discussione però dalle finestre aperte sul mondo, anche col web. Vengono i brividi a pensare al buio in cui si consumano le vite in una terra troppo a lungo rimossa e per questo straniera.

Vengono i brividi, ma anche di emozione a sapere che però almeno una ce la fa. Ve ne parlerò ancora. Sul sito di Radio24, da lunedì il podcast, qui un estratto

*Sono voluta tornare – in A Ciascuno Il Suo – sulla questione delle femmine ribelli in Calabria, dopo la sentenza maxiprocesso alla cosca Pesce. E lo farò ancora, perché come da quasi due anni ripeto ogni volta che posso è uno dei fenomeni più importanti, nella lotta alla ‘ndrangheta. Anche se quanto succede in Calabria continua ad essere coperto dal cono d’ombra che Giuseppe Pignatone, attuale procuatore capo di Roma e per quattro anni a Reggio Calabria, ha più volte denunciato. Le tre donne della foto sono Giusy Pesce, Maria Concetta Cacciola e Lea Garofalo, tutte donne che hanno provato a ribellarsi. I loro destini sono stati diversi, ma la spinta iniziale era la stessa. Anche di queste e di altre storie si parla in ACiascunoIlSuo.

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