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Se tutti si credono Enzo Tortora

“Io sono innocente. Spero con tutto il cuore che lo siate anche voi”.

Dopo Nicolò Pollari, ex capo del Sismi, anche Silvio Berlusconi cita Enzo Tortora.  Simbolo di clamorosi errori giudiziari. Anzi, di quella che Giorgio Bocca definì “una macelleria giudiziaria”. Peccato che le loro siano storie completamente diverse da quelle del presentatore di Portobello. Peccato che- come lamentano le figlie di Tortora- la sua vicenda “continui ad essere strumentalizzata”. Da chi non ha nulla in comune con quell’ uomo “libero da schemi e da condizionamenti politici”, come l’ha definito la figlia Silvia nella biografia dedicata al padre, “Enzo Tortora. Dalla luce del successo al buio del labirinto” (Aliberti), scritto da Daniele Biacchessi, mio collega a Radio24.

Ora più che mai è necessario e utile rileggere la storia di quest’ uomo, diventato emblema delle possibili storture della Giustizia. Precipitato in una notte dalla ribalta della televisione, all’inferno del carcere e della gogna mediatica, attraverso falsi pentiti, sfilze di bugie, grossolani errori. Come quello di un nome simile e di un numero di telefono sbagliato, in un’agendina. Sullo sfondo della guerra di camorra di Raffaele Cutolo.

Enzo Tortora non cercò sotterfugi, nè immunità. Non attaccò i magistrati nè pensò a complotti. Enzo Tortora anzi rinunciò all’immunità da parlamentare, per sottoporsi al giudizio. E alla fine, anche se a fatica, riuscì e a far emergere la verità. E la sua innocenza.

Si affidò alla stessa Giustizia, Tortora, che l’aveva scaraventato nel suo peggior incubo.  Nulla in comune con la storia giudiziaria – composta di impedimenti, lodi, conflitti istituzionali, rimessioni, oltre alle varie uveiti, di Silvio Berlusconi. Anche se per caso dovesse risultare effettivamente estraneo a tutte le accuse. Nulla in comune con la storia di Nicolò Pollari, ex potente capo del Sismi, condannato in appello per il sequestro di Abu Omar da parte della Cia. Una storia di spie, torture e lotta al terrorismo che per nulla evoca quella del presentatore tv, anima di Portobello.

A trent’anni dall’arresto di Tortora, il 17 giugno 1983, ricostruire la sua vita non è solo un omaggio ad un uomo distrutto dalle storture della macchina giudiziaria, non è solo necessario per smontare inappropriati recenti paragoni, ma è soprattutto un monito per il futuro.  Perché ogni tanto – in questa furente battaglia politica intorno alla Giustizia – emblematicamente sintetizzata nel titolo dello speciale del Tg5 sul processo Ruby, “La guerra dei Vent’anni. Ruby, ultimo atto” – ci si ricordi anche caso mai di cercare davvero di migliorarla. Anche perché, ad esempio, nulla o quasi è successo a quei finti pentiti che ad arte infangarono Tortora.

Ma anche se ora è evocato soprattutto come la vittima più celebre del più clamoroso guasto della Giustizia, prima di quelle manette, Enzo Tortora è stato soprattutto un presentatore tv e un grande innovatore del piccolo schermo. Che per primo diede alla gente informazione e spettacolo. E sentimenti. “Perché nella gente ci sono momenti di ricordo, di nostalgia e, perché no, anche di commozione”, spiega Tortora in un’intervista inedita a Biacchessi, trascritta in apertura del saggio.

“Dunque, dove eravamo rimasti?“, esordì il presentatore al suo ritorno in tv, dopo il labirinto dei processi. Eravamo rimasti ad una storia che è stata un incubo che non deve ripetersi. Ma che non può essere strattonata e paragonata a vicende che nulla hanno in comune.

*Leggerete una mia recensione sulla biografia “Enzo Tortora” anche sul sito bookdetector.com

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Ultimi commenti

  • novus Plastic polish 22 aprile 2014 / ore 22:41

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