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Don Puglisi, primo beato vittima di mafia

Una porta aperta. E un sorriso disteso. In alcune zone possono più di tante belle parole. Un centro, per raccogliere i ragazzi di strada. O soccorrere le donne, vittime di violenza. Salva più di ogni eclatante iniziativa. In silenzio.

In silenzio, ha operato don Pino Puglisi, la prima vittima della mafia portata agli onori degli altari. Beato, dopo essere stato martire della violenza. Oggi tutti celebrano e ricordano il sacerdote di Brancaccio, ucciso 20 anni fa per volere dei boss della zona, i temuti e famigerati fratelli Graviano. Ma allora, nella Palermo degli anni 80/90, dove si moriva come in guerra, pochi avevano capito e ancor di meno avevano sostenuto l’azione di questo parroco semplice. E la sua sfida: portare solidarietà, istruzione, rispetto delle leggi, insieme ad una prospettiva di futuro. Lì, nel cuore del quartiere, dove regnavano violenza, omertà, illegalità, paura e miseria.

E’ davvero un messaggio importante, quello mandato con la beatificazione di don Puglisi. Un messaggio di sostegno, per tutti quelli che lottano, per un mondo migliore. Che comincia col rispetto delle regole, soprattutto in certe periferie dove altri provano ad imporre la propria, di regola.

Sono stata un paio di volte al centro Padre Nostro di don Puglisi, a Brancaccio, ma anche nella sezione dello Zen, altro quartiere palermitano trasformato negli anni in uno stato, nello Stato. E la senti subito la sfida silenziosa che porta, nella dedizione con cui curano i bambini nel fare i compiti; nella premura di dare accoglienza alle donne, picchiate dai loro uomini; nella disponibilità a dare aiuto, a chi fa fatica ad andare avanti. Nelle parole di fiducia, amore e solidarietà che ripetono e contrappongono alle logiche dell’odio. La loro sfida quotidiana, anche contro le minacce che continuano a ricevere, ora ha un riconoscimento, nella beatiicazione di don Puglisi.

Che è un riconoscimento per tutti i preti di frontiera, come fu anche don Peppe Diana, ucciso a Casal di Principe, nel casertano, perché anche lui, come don Pino, aveva deciso che “per amore del mio popolo non tacerò”.

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