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Emilia, fiori e macerie un anno dopo il terremoto

“Il 30 giugno cesso trent’anni di attività”. Non c’è spazio per i fiori, nel paese delle macerie. E a Sant’Agostino, nel ferrarese, Ivana Cavicchi chiude la saracinesca con la morte nel cuore. Oltre che negli occhi. Non c’è spazio per i fiori nel paese, dove le  chiese non ospitano più matrimoni. E il cimitero ha le tombe tuttora transennate.

Non c’è spazio per i fiori, quando il lavoro è svanito insieme alla scossa, ma non le tasse. Sono gli artigiani, i piccoli imprenditori, le aziende familiari quelle più schiacciate- in silenzio – dalle conseguenze dei crolli di un anno fa. E dalla “convinzione generale – nota amara Ivana – che tanto noi, ce la saremmo cavata comunque. Noi teniamo botta, dicono tutti”. E invece, davanti ad un fatturato crollato a 6mila euro lancia l’Sos: “Stiamo morendo”.

“Non c’è ricostruzione. Non avendo avuto alcun aiuto, di alcun tipo, io chiudo con dei debiti. Io ho perso un indotto da 68mila euro. Basti pensare ai funerali, ora il 60% dei morti vengono cremati, perché non hanno la possiblità di essere tumulati. Io ho davanti le ceramiche Sant’Agostino, queste 600 persone in cassa integrazione mica hanno 30 euro per un mazzo di fiori. Le nostre sono davvero delle morti annunciate.”

Le parole di Ivana si gonfiano di dolore e di lacrime. Si guarda intorno, passa in rassegna le macerie che ha difronte e contemporaneamente rievoca tutti i sacrifici fatti fin qui. “A che è servito, svegliarsi all’alba, non avere un Natale o un Capodanna a casa, a che è servito essere sempre qui se ora non posso comprarmi neanche un rossetto?!”, si interroga, con voce rotta dalla commozione.  “Non abbiamo più voglia di vivere, nessuno”, sussurra Ivana.

Il dolore – profondo- di questa donna mi è entrato dentro. Il silenzio- immobile- di un terremoto ti uccide piano piano. Ed è quello che questa fioraia sta denunciando. E’ una storia piccola, se volete, la sua. Ma racconta le macerie, come poche altre. Nella sua desolazione, così estranea al tradizionale carattere emiliano, ho ritrovato piuttosto la tristezza di certi sguardi spenti, nelle new towns dell’ Aquila.

In Emilia, la storia è completamente diverse, come vi sto raccontando dal 20 maggio, ogni giorno con una puntata diversa. Ma alla fine, anche se i numeri d’insieme raccontano di una terra dove la grande ricostruzione è già partita (a differenza dell’Abruzzo), dove le aziende non sono andate via, dove la popolazione ha reagito al dramma rimboccandosi subito le maniche, nella rete delle conseguenze di un terremoto resta sempre impigliato – e a volte dimenticato – il dolore intimo di tante persone. Con le storie semplici, come questa della fioraia di un paese normale.

Questo terremoto ha anche sfregiato il paesaggio di questa terra, togliendo alla gente i punti di riferimento. 532 chiese sono state danneggiate, 147 i campanili crollati o colpiti. Le scosse possono togliere la vita, il lavoro, spegnere la speranza, ma anche togliere la bussola. Come è un luogo sacro, soprattutto per i più anziani. Nell’anniversario della seconda e più distruttiva scossa, a Medolla, inaugurano una chiesa nuova, la prima non provvisoria. Una chiesa, che potrebbe anche essere usata in altro modo in futuro, se la vecchia fosse restaurata. E questo è soprattutto “un messaggio di speranza, che abbiamo voluto dare a noi stessi. Che è possibile risorgere dalle rovine, anche abbastanza velocemente”, dice con voce orgogliosa don Davide Sighinolfi. Non hanno pensato ai soldi, ai debiti che hanno contratto, quello verrà ora. Era più importante trasmettere la speranza.

Ed è quello di cui ha soprattutto bisogno chi si ritrova circondato da macerie. Fuori e dentro. La speranza e la prospettiva che invece all’Aquila troppi considerano ormai per persa, definitivamente. E questo è un delitto.

Qui, sul sito di Radio 24, tutte le puntate del viaggio, dal 20 al 29 maggio e poi qui il racconto di A Ciascuno Il Suo

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