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Il “folle coraggio” di chi dice: Io parlo

La prima mano è stata già portata via. Dopo la prima notte. Ma altre 49 sono lì, tese verso l’alto, col loro trionfo di colori, con la loro allegria. E col loro messaggio di sfida e resistenza. Come molti cittadini per bene, resistono pure loro, le mani di Chiara Rapaccini, in questa terra di ‘ndrangheta e silenzi. Che però “diventerà bellissima”, promette il popolo di Trame, proprio come Paolo Borsellino lo promise per la Sicilia alla vedova Schifani.

L’istallazione realizzata, insieme ai volontari, nella fontana del vecchio mercato di Lamezia Terme dà quest’anno il benvenuto a tutti gli ospiti del festival. Con gioia, ironia e impegno, condensate nel titolo dell’opera “Mani in alto”. Le giornate qui a Trame sono tanto lunghe, quanto intense. E le riflessioni si moltiplicano, come gli incontri, gli spunti, gli scatti.

Della lunga notte della prima giornata – finita praticamente alle due, con gli ultimi racconti al fresco sulla vecchia e nuova vita dell’Asinara – vi riporto alcuni flash.

L’attesa del procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, perché si “aprano anche qui, come fu per Casal di Principe, dopo il delitto di don Diana, le finestre delle case”. Le donne coraggiose sono state le principali protagoniste di questa prima serata, iniziata proprio con l’incontro intorno al libro di Lirio Abbate, Fimmine Ribelli – di cui vi ho già parlato altre volte e che ascolterete sabato alle 8.30 in “A Ciascuno Il Suo” (un pizzino sul libro era anche nei pantaloni di un boss)– insieme al procuratore di Reggio e al pm Alessandra Cerreti, che ha accompagnato la collaborazione di Giusy Pesce e il tentativo- finito tragicamente – di altre, come Maria Concetta Cacciola. “Non dimenticherò mai lo sguardo pieno di risentimento e di fierezza della Pesce, la prima volta, perché io ero lo Stato che l’aveva arrestata”, racconta Cerreti, con sincerità. Ammettendo anche quel rapporto che “pur nel rispetto dei propri ruoli”, si crea con chi decide di troncare col mondo di partenza. Ma se alcune fimmine stanno mettendo in crisi le cosche con le loro parole, altre “ci stanno benissimo” in quella cultura criminale, in quella mentalità in cui sono cresciute. Anche se le costringe, a stare prigioniere delle loro case, tanto che talvolta è stato anche contestato il reato di riduzione in schiavitù, ricorda il pm Cerreti.

E a volte, le donne sono le prime a puntare il dito contro le altre. Contro quelle che, ad esempio, scelgono di interrompere la regola del silenzio. Ed annunciare: “Io Parlo”. Titolo semplice, ma forte del libro di Francesca Chirico, che ho presentato insieme a Maria Teresa Morano. Pazze, puttane, instabili. Esibizioniste. La denigrazione è un’arma sottile e diffusa da queste parti, soprattutto nei confronti delle donne. Quando scelgono di uscire dalla casa e dalla dimensione in cui le si vorrebbero relegare e parlare. In pubblico, nelle piazze. Per raccontare le proprie storie di soprusi, violenze. Per svelare misfatti. Racconta tante storie, vecchie e nuove, note e dimenticate il libro di Francesca, dedicata alla storia di quella ragazza fiorentina che qui in Calabria trovò la morte, solo per essersi innamorata di un ragazzo sbagliato. Per averlo spinto a raccontare quanto gli succedeva, per aver creduto di vincere col suo amore sulle arme della ndrangheta. Che invece la rapì, la torturò, la uccise. E neppure un segno di Rossella, così si chiamava, fu restituito ai genitori anziani. E con emozione, Francesca ha raccontato come questo libro un primo risultato l’abbia già portato, quando il nome di Rossella Carini è risuonato quest’anno proprio a Firenze, nella giornata delle vittime di mafia. E la città si è ricordata della storia cancellata, insieme col tempo, di questa figlia. E ora riportata almeno alla memoria dei suoi concittadini, col racconto delle sue parole e di tutte le altre che hanno scelto di dire: Io parlo

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