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Trame, la “trattativa” per ritrovare le “Mani in Alto” rubate

Premessa: avevo scritto un post, che poi è andato perduto, molte ore fa. A mente lucida. Ora, alle tre di notte e dopo una lunghissima giornata, provo a riscriverlo, ma temo che non sarà lo stesso. Dicevo…

Bellissime e colorate. Le Mani in alto di Chiara Rapaccini quest’anno sono state, senza dubbio, protagonisti della terza edizione di Trame. Al centro di una fontana abbandonata del vecchio mercato di Lamezia. Ne avevo rubate più di 10, su una decina. Ma dopo una giornata di appello e giri di telefonate, grazie ad alcuni “intermediari” sono tutte al loro posto.

Ragazzate? Non proprio. Sono state ritrovate alcune, accatastate in un angolo della strada; altre, riconsegnate di persona. Non erano state portate via, come bravata di adolescenti, che volessero metterle nelle camerette. Sarebbero stati “usati” da gente a cui non stava bene un festival antimafia sotto casa. Un palco, dove si fanno nomi e cognomi delle famiglie egemoni, comprese quelle del psoto.Così qualcuno – questa è la vulgata – avrebbe spinto i ragazzi a portare via quelle mani. Anche dicendo che Trame era finito. Non era così, ovviamente. Ma poi perché rovinare una cosa bella della città?

La storia del furto delle mani e poi della loro ricomparsa, dopo giri di telefonate mediate, è molto emblematica della situazione. Di quella sottile guerra, fatta anche a colpi di disturbo e di contestazioni di questo genere.

Sullo sfondo delle mani in alto di Chiara Rapaccini, si sono svolte in questi 4 (per ora) lunghissimi giorni decine di dibattiti, riflessioni, ma anche musica, cinema. Abbiamo parlato dei boss sul lettino del padrino (mi sono divertita moltissimo a moderare quest’incontro), tra capimafia che si credono Napoleone e quelli che invocano la mamma. Tutto per fingersi pazzi ed ottenere benefici sul regime carcerario. Abbiamo parlato anche di uno degli espidi più inquietanti degli ultimi tempi: l’aggressione a Giuseppe Musarò (in foto), pm della DDa di Reggio Calabria, picchiato da un ergastolano durante un interrogatorio nel carcere di massima sicurezza. Da un detenuto in carcere duro. Naso rotto e lesioni plurime. “In uno dei luoghi che dovrebbe essere più sicuro”, commenta, rimandando agli esirti del processo di Viterbo, appena aperto.

Padrini nuovi e vecchi. Abbiamo parlato con Ombretta Ingrascì ed Enzo Ciconte, principale studioso di ‘ndrangheta, della rimozione di Milano e dell’espansione delle cosche. Del cono d’ombra che inghiotte la Calabria, ma anche della possibilità di prendere in giro i boss, di ridicolizzarli- come nel film di Pif, “La mafia uccide solo d’estate” (di cui vi parlerò ancora) – qui presentato in anteprima.

ps Come avrete capito qui si va a dormire a notte fonda e tra gli impegni di un calendario fittissimo, gli incontri da moderare e il lavoro altro per la radio non riesco ad aggiornare quanto vorrei il blog. E me ne scuso con voi. Posto questa foto, che avevo già. Notte

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