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“Io, sottoterra, nel bunker del boss di ‘ndrangheta”

nel bunker del boss di 'ndrangheta

La pesante botola di cemento che si sposta su due binari. Il vuoto sottoterra che si apre. Dieci gradini nell’oscurità e si entra nell’altra Calabria. Nella città parallela di chi è in fuga e si nasconde.
Voltate le spalle al sole cocente, sono scesa anch’io nel mondo senza luce, né aria di chi scappa dalla Giustizia e si rintana nelle viscere della terra.
Scarpe da ginnastica ai piedi e torcia in mano. La corrente elettrica è stata già staccata in questo bunker di un nome grosso della ‘ndrangheta, che ho potuto visitare. Accantonate ansie da claustrofobia e paure varie, miste a curiosità e ad un’adrenalina a fatica mascherata, ho incrociato per un pò la vita di un latitante.


Iniziata con un grosso topo. La luce della pila, mentre stavo ancora sui gradini della scala di ferro appoggiata all’estremità della botola, non mi ha impedito di illuminare- subito – la coda e poi il corpo di un enorme ratto. Fortunatamente morto. E se ce ne fossero altri vivi? Il pensiero mi ha fatto compagnia per tutto il “soggiorno”, lo confesso. Ma il richiamo verso il mondo sconosciuto è stato più forte. E sono arrivata fino a giù. Un piccolo ingresso, poi una porta d’alluminio, altri tre gradini di legno ed ecco la tana del lupo braccato. Disperato per quel fiato che sente sempre più vicino delle squadre di cacciatori di boss. E per questo costretto a sparire dal mondo di fuori.
Soggiorno con cucina, camera da letto e bagno. Ad occhio saranno 35 metri quadrati. Cammino su un finto parquet, gonfiato da un umidità fortissima, ora che i deumidificatori sono spenti. Sulla pelle bruciata dal sole di mezzogiorno si poggia un senso di bagnato. Subito ho individuato le due prese d’aria, la garanzia di sopravvivenza per il latitante capace a volte di non uscire dalla sua sepoltura, per giorni e giorni. Ogni passo, un rumore, mentre la torcia inquadra gli ultimi attimi di vita del bunker. Due bottiglie d’acqua Vitasnella sono ancora lí, sotto alle due piastre elettriche. Sale, olio, aceto. Padelle e pentole poco più avanti, su un’altra mensola. Sopra al lavandino, con i detersivi in evidenza.

Le provviste non ci sono più invece nel frigorifero: il bunker viene “consegnato” già anche con scorte di cibo a lunga conservazione. Il vino di sicuro invecchia bene, qui ad almeno 8 metri sotto terra. Chissà cosa si cucinava il boss in fuga, nei suoi giorni tutti uguali, dove la luce elettrica è sempre accesa e non sai più se è mattina o notte. Quattro passi e c’è il tavolo di plastica. Con tre sedie bianche. Per gli ospiti. Nè manca un divanetto, ora coperto da qualche ragnatela. Sopra ecco l’immancabile quadro del Cristo, col suo cuore dolorante. Poco più in là, in un angolo scopa e palettina. Il boss, che voleva mangiare il mondo, è costretto a fare da sè le pulizie della “reggia sotterranea”.


E’ un gioiellino di tecnologia questo bunker della ‘ndrangheta. Almeno 50mila euro il costo: il “bunkerista” deve essere molto bravo. Muratore, ingegnere, elettricista, tutto deve saper fare in poco tempo. Spesso al buio. Garanzia e velocità sono indispensabili. E deve portare dentro tutto quanto serva, a cominciare dai mobili, prima di chiudere. Dalla botola, non sarebbero mai passate le due reti e i due materassi. Due, per ogni evenienza futura: è meglio prevedere anche il rifugio per un’altra persona. Sproporzionato, gigante, ma in perfetta sintonia con gli status dei capi cosca da queste parti, ecco poi l’immancabile televisore almeno 36pollici. Fondamentale, in queste ore infinite in totale solitudine. Gli ansiolitici spesso accompagnano i soggiorni nei bunker, come le bustine di veleno per topi, lasciate qua e lá. Mentre attraverso la vita del latitante, non arrivano suoni da sopra, dal mondo dei vivi. Solo l’eco dei nostri passi sul pavimento gonfio d’umido. La luce si raddoppia, quando la torcia incrocia uno specchio. Siamo nel bagno, alle spalle wc e doccia. Quante volte avrà camminato sotto e sopra il latitante? Quante volte avrà contato i passi e scrutato ogni angolo, nella sua prigione che non prevede neanche l’ora d’aria? Come i topi e insieme ai topi viveva il boss che voleva fregare lo Stato. E fuggiva lo Stato. Ogni tanto, mi volto indietro e verifico che lo spiraglio di luce ammesso dalla botola aperta sia sempre lì. La claustrofobia è sotto controllo, anche perchè il soffitto- cemento rivestito da compensato- sará alto almeno due metri e 50; ma meglio essere certi. Quegli incubi cinematografici da sepolti vivi ogni tanto fanno capolino. Che vita schifosa, assurda sceglie di fare il latitante. Mica ne valeva la pena diventare “potente”, per finire come un topo di campagna? I pensieri e le angosce del boss sono ancora lì, sospesi in queste stanze senz’ aria. Insieme all’ansia della cattura, che deve averlo logorato. Si sente. No, no, io non potrei mai “buttarmi latitante”, come dicono da queste parti. Al solo pensiero, mi manca il respiro.

Vorrei conoscere il bunkerista, piuttosto. Sarebbe il perfetto direttore dei lavori, per ristrutturare casa. Uno di quei professionisti, al servizio della ‘ndrangheta. Ancora uno sguardo alla tana del lupo, poi- cercando di non guardare il topo morto- eccomi di nuovo sulla scala. Un gradino dietro l’altro. Poi, finalmente, il sole cocente sulle spalle. E la luce quasi acceca gli occhi, abituati al buio delle viscere della terra. Finalmente fuori dal bunker. Respiro a pieni polmoni. Ore dopo, mentre il treno corre tra mare e monti, mi chiedo quante case sotterranee ci siano nell’altra Calabria, sotto ai nostri piedi.

ps Grazie a chi mi ha guidato nella città sotterranea dei latitanti. Grazie, soprattutto, per la vita che fate, per togliere dalla nostra terra la malapianta nascosta.

pps Altre foto sulla pagina facebook di Storiacce. Di “mafia bunker” avevamo parlato anche a Lamezia, durante il festival Trame, in un incontro con John Dickie, storico inglese, e il capitano dei Ros di Rosarno, Giuseppe Lumia.

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