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Quanto pesa una toga?

Quanto la pesa la toga sulle spalle dei magistrati? Che comporta quel “mantello nero” simbolo della legge, esercitata in nome del popolo italiano, sulle vite di uomini e di donne normali? Fermatevi un attimo e pensateci. Io l’ho fatto l’ultima volta sotto il sole feroce di Reggio Calabria, mentre salivo le scale della Torre 3 del Cedir che porta alla Direzione Distrettuale Antimafia. E l’ avevo fatto qualche giorno prima, nell’aula affollata del processo Ruby, mentre osservavo Ilda Boccassini ed ascoltavo la sua requisitoria.

Qual è “L’Onere della toga” (Bur/Rizzoli, 279 pagine, 11euro) nelle vite di questi uomini e queste donne, tutt’ uno per l’ opinione pubblica con i loro processi? E’ la domanda che si è posta Lionello Mancini, collega del Sole24ore e già vicedirettore di Radio24, cercando di descrivere “chi sono quelle persone che fanno il Pubblico Ministero: quali sono le emozioni, le fatiche, le debolezze e mette a fuoco l’aspetto, di solito ignorato, dei costi umani che pagano per svolgere al meglio questo lavoro”.  Chissà cosa avrà pensato Giuseppe Pignatone, ora procuratore capo di Roma, nello scrivere queste parole nella prefazione al bel saggio di Lionello, edito da Bur. Lui che da anni vive blindato, come pochi altri , e che ha sperimentato sulla vita sua e della famiglia il prezzo degli anni difficili, ad esempio, alla guida della Procura di Reggio Calabria.

La toga pesa, molto, anche quando le indagini spalancano orrori e dolori. E ad un pm, come ad un medico, può capitare di dover dare terribili notizie ad una mamma che cerca il suo bimbo, come è stato per Lucia Musti quando le è toccato il caso del sequestro e della morte del piccolo Tommy.

Ma la toga può pesare, moltissimo, anche quando è “indossata” troppo bene, quando porta successi e risultati. Quando fa “fare il sangue amaro”, com’è successo a Cuno Tarfusser, già procuratore capo di Bolzano, poi spedito nel prestigioso ruolo di vicepresidente della Corte penale dell’Aja. Promoveatur ut amoveatur. Di carrierismo fu accusato quando il suo modello di ufficio giudiziario – trasformato in un’azienda che funziona, che salta le burocrazia ed evita gli sprechi – fu preso in considerazione anche a Roma. A quel punto, ostracismi, invidie e scarsa volontù di cambiare davvero le cose bloccarono il suo cammino. E per alcuni lui divenne “un rompicoglioni”, come ha raccontato ad A Ciascuno Il Suo” di Radio 24 senza diplomazia, riportando le parole di un suo collega. Traccia un quadro impietoso della magistratura italiana e della politica Cuno Tarfusser, nella lunga chiacchierata che abbiamo fatto, partita proprio dall’ “onere della toga”. Anche questo è il prezzo di quell’indumento, simbolo della legge, sulle vite di uomini e donne. Che sono sì nelle aule solo rappresentanti dello Stato, tutti uguali, ma che fuori restano comunque persone, normali. Con delle vite che però di normale spesso conservano poco, proprio per via della toga che indossano.

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