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Si possono vendere le aziende tolte ai boss? Il caso Suvignano

E’ la più grande azienda mai tolta ai boss. E presto potrebbe andare all’asta. Tra le proteste e le preoccupazioni degli enti locali.
L’Agenzia Nazionale dei beni confiscati alla mafia mette sul mercato la tenuta di Suvignano, nel senese: 700 ettari, 12 case coloniche, 3 centri zootecnici per un valore di 22 milioni di euro. E’ una delibera del 25 luglio a riproporre quanto era stato solo tentato 4 anni fa: la vendita dell’azienda fatta sequestrare la prima volta da Giovanni Falcone nel 1983. La tenuta faceva parte del tesoro diVincenzo Piazza, costruttore palermitano, arrestato per associazione mafiosa. E da 20 anni è nelle mani di un amministratore giudiziario, mentre varie proposte  sono state presentate da tempo da Regione e Comune di Monteroni, insieme ad associazioni come Libera, per poterla usare come base di “un progetto di recupero della legalità”, spiegano.
Per questo, la notizia della possibile asta li fa insorgere, ma non arrendere. “E’ uno schiaffo a chi combatte la mafia”, si infervora don Ciotti di Libera, puntando sul valore simbolico della tenuta, ma anche sul rischio che possa tornare nelle mani di quegli stessi clan a cui era stata sottratta.
Un rischio che effettivamente esiste, ogni volta che si discute della vendita di beni confiscati. Un’ipotesi questa abbracciata però nel tempo da sempre più magistrati e operatori. E la questione diventa ancor più delicata per le aziende, visto che delle 1.603 confiscate ai clan, solo 35 sono quelle sopravvissute sul mercato, come denunciato mesi fa da un’inchiesta di “A Ciascuno Il Suo”. Troppo spesso, arrivate nelle mani dello Stato, le aziende appassiscono. Mandando in fumo ricchezze e posti di lavoro. E il messaggio a quel punto è doppiamente dannoso.
Negli anni, sono state avviate delle iniziative interessanti su questo fronte, come quella tra l’Agenzia, Tribunale di Milano e Confindustria, per formare dei manager capaci di gestire delle società così particolari.  Ma i risultati ancora non ci sono. E per questo, il caso Suvignano può diventare l’occasione di una riflessione – serena, seria e senza preclusioni – sul futuro delle aziende tolte alla mafia.

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