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Colera, 40 anni fa il flagello biblico su Napoli

La notizia la diede il quotidiano della città: “Due morti per gastroenterite acuta a Torre del Greco”.  Ben presto, dopo aver attraversato vicoli e bassi di bocca in bocca, la grande paura di Napoli divenne un incubo concreto nella conferma della Prefettura: è colera. Succedeva esattamente quarat’anni fa, in epoca di governi balneari e assaggi del terrorismo più tragico. Alla fine, i morti accertati per l’epidemia furono 12 o forse al massimo 24, ma i ricoveri in ospedale furono più di mille. Tanto che serviva il megafono per diffondere i bollettini medici.
Miseria e degrado uscirono allora dal buio del ventre più malato di Napoli, dove pure il sole non arriva, ma vi giunsero – invece –  i militari americani con le loro pistole-siringa, pronti a vaccinare file chilometriche di gente. Il vibrione del colera approdò sotto al Vesuvio, insieme a cozze, partite dalla Tunisia. E fu quel virus, che già secoli prima aveva flagellato l’antica Partenope e ucciso, tra gli altri Giacomo Leopardi, a far scoprire al mondo – ma pure al Governo di Roma – l’abbandono di certi quartieri, tanto popolosi, quanto promiscui. Mai curati, fino ad allora, proprio come l’inquinamento del mare. Di “tragedia moderna” parlò Antonio Cederna, dalle colonne del Corriere della Sera, considerando il colera “effetto del cinico disprezzo che amministratori e privati speculatori hanno sistematicamente mostrato per ambiente e smaltimento dei rifiuti” (parole su cui meditare anche oggi, ovunque). “Quando alla casbah del Pallonetto sono arrivati i disinfestatori- raccontò Luigi Compagnone – la gente ha battuto le mani. Qui è come l’apparizione di un miracolo e ci voleva l’orrore del colore, perché tale miracolo avvenise“. “Le coltivazioni di cozze non potevano essere rimosse in tempo?”, si chiese Le Monde. Interrogativi e toni che potrebbero essere a volte- cambiando il soggetto – ripetute ancora.
Furono banditi allora i mitili e buona parte dell’economia cittadina della terza città d’Italia crollò a picco. L’ angoscia si mescolò alla psicosi, affibbiando a Napoli quel marchio del flagello biblico. Pronto a riemergere ancora oggi tra pregiudizi, provocazioni e ignoranza su pagine facebook o striscioni allo stadio.
Ps Per capire cosa fossero certi quartieri di Napoli restano soprattutto le insuperate parole di Matilde Serao, nel  “Il Ventre di Napoli” e “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese

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