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Salvare i beni di mafia, “Per il nostro bene”

Una profonda rabbia, ma ancor più fiducia. Quando anni fa per la prima volta, feci un viaggio profondo nelle ricchezze tolte ai boss, è con questi opposti sentimenti che scrissi l’inchiesta. “Lo Stato scorda i beni di mafia”, titolò IlSole24ore, davanti a quelle cifre e a quelle testimonianze che raccontavano il tempo (lunghissimo a volte) prima dell’assegnazione di ville, case o terreni che furono di capiclan. E nel frattempo, l’intonaco cadeva, gli arredi venivano saccheggiati, gli ulivi spesso tagliati.

Anni dopo, la situazione è ancora più complessa. E l’aggressione ai beni dei clan, principale strumento nella lotta alle mafie, nata da una grandissima legge, la Rognoni-La Torre, pagata col sangue di delitti eccellenti; e completata poi dall’intuizione del loro utilizzo sociale, rischia di diventare una successione di fallimenti, più che di successi. E questo lo Stato non se lo può, né deve permettere. “Per il nostro bene”, per dirla col titolo del viaggio-inchiesta di Alessandra Coppola, collega del Corriere della Sera, e Ilaria Ramoni, avvocato già referente di Libera, per i caratteri di Chiarelettere.

Non ci si può permettere case che cadono a pezzi o che per anni, nonostante confische definitive, restino occupate dalle famiglie dei boss, come è successo in Calabria con i Condello che per 8 anni hanno ostentato la loro forza restando nella villa ad Archi, divenuta nel frattempo proprietà dello Stato. Non ci si può permettere la morte di tante aziende: delle 1.708 in totale tolte ai clan solo 60 oggi possono dirsi effettivamente ancora sul mercato. E “almeno 18mila operai, solo nell’edilizia hanno nel frattempo perso il lavoro”, denunciano i sindacati.

Non ci si può permettere gli sprechi (come l’affitto pagato per la sede dell’Agenzia Nazionale dei beni sequestrati e confiscati, che invece gestisce un patrimonio immobiliare enorme), né tanto le opacità di certe situazioni. Come quella raccontata in un appunto di un dossier della Direzione Nazionale Antimafia su Reggio Calabria, dove succedeva che “l’inerzia delle amministrazioni comunali veniva camuffata da una nota, inviata dal Comune all’Agenzia, nella quale contrariamente al vero – si legge – si comunica che l’abitazione (ormai confiscata, ndr) risultava ormai libera”. O la storia di un castello, quello di Miasino, dove si continuano ad organizzare (bene, a quanto pare) anche i ricevimenti di matrimonio, nonostante sia da tempo di proprietà pubblica.

Non ci si può permettere la distruzione degli ulivi nella Locride e soprattutto lo scempio dei simboli. Che da esempio della riconquista dello Stato di ciò che le mafie ci hanno tolto possono diventare, se oltraggiati, pretesto di scherno. Non ce lo possiamo permettere, “Per il nostro bene”, come provano Alessandra ed Ilaria, in questo appassionato viaggio che fisicamente hanno portato avanti dal Piemonte alla Sicilia, raccontando ovviamente anche tutti gli esempi positivi. La gestione di questo tesoro che lo Stato, a fatica, dopo anni di indagini, si riprende è estremamente complessa, deve fare i conti con mille problemi legislativi, burocratici e “ambientali”. Dopo un Commissario straordinario, un passaggio al Demanio e un lungo interregno, tutto è affidato da tre anni all’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati, che solo di recente però ha avuto altri 100 uomini. Prima erano solo in 30.

Ma anche la stessa Agenzia sta per essere travolta da un’ondata di nuove pratiche, che potrebbero mandarla in tilt. Tutto questo l’Italia non se lo può permettere. Per il peso della nostra storia; per la memoria dei nostri morti; e pure per la nostra attuale situazione economica. Per il nostro bene, appunto, come ci suggeriscono le due autrici in un questo libro, che vuole essere anche un messaggio in bottiglia per tutti.

Ps. Ci sono tante altre storie e tanti altri pericoli intorno alla gestione dei beni confiscati, che vi ho raccontato più volte in “A Ciascuno Il Suo”. Ci torno anche sabato prossimo, alle 8.30. Con tra gli altri, Mario Morcone, primo prefetto dell’Agenzia, Salvatore Lo Balbo, segretario Fillea; ed Ilaria Ramoni, una delle autrici del saggio. Affrontiamo anche il dibattito sulla vendita o meno di questi beni, prendendo spunto dal caso di Suvignano. Qual è la vostra opinione?

pps Grazie per la menzione speciale!

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Ultimi commenti

  • advertisement china 14 gennaio 2015 / ore 23:13

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