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Yasser e i bimbi del Cie di Lampedusa

Yasser ha quattro anni e “vuole andare a scuola”, mi racconta il papà. Yasser mi tende la mano dalle grate del Centro di accoglienza di Lampedusa. vuole giocare col microfono e il pc. Yasser è un bimbo, uno dei tanti, troppi che stanno chiusi in questo carcere a cielo aperto. Insieme a neonati, uomini e donne di ogni età e di mille provenienze.  L’ombra dei pini è il riparo per gli ultimi arrivati. Compresi i sopravvissuti del naufragio dell’altro giorno. Non c’è posto nel centro, che potrebbe ospitare in teoria 800 persone, in pratica ora solo 300. Due padiglioni sono fuori uso dal settembre 2011, dopo un incendio e nessun finanziamento è mai arrivato per sistemarlo. Ora sono 1.100 all’interno, dopo lo spostamento di 200 persone ad Agrigento. Numeri, freddi, come la contabilità delle vittime di quest’ultimo disastro del mare. O viaggio della speranza. Numeri freddi, che coprono le storie di famiglie intere, che hanno lasciato i loro Paesi, in cerca di una vita migliore.

I panni stesi tra gli alberi. Asciugamani colorate, insieme a tutine per bambini. Luccica l’oro e l’argento dei teli, usati per coprire chi arriva. Un collega fotografa dall’alto un vecchio csmion dei gelati, usato ora come riparo. In mancanza d’altro.

Il centro di accoglienza di Lampedusa è un buco nero, perché non si dà l’autorizzazione alla stampa per entrare. “No, non siamo campioni dell’accoglienza”, dice, sconsolata Giusy Nicolini, all’uscita del centro. “Mi sento male, mi vergogno, questo centro non è dignitoso nè per loro, né per Lampedusa”. io saluto Yasser, da dietro le grate. gli lascio un quadernetto e una penna, per scarabocchiare. e giocare, come tutti i bimbi.

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