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Quelle 111 bare senza nome

Lampedusa- 43 è il più piccolo, forse tre anni. Accanto a lui, ci sono 14, 15 e 92. C’è un pupazzetto ora sopra queste quattro bare bianche e guardandole ti chiedi se la loro mamma sia là dietro, da qualche parte, in quella succesione di altri 107 legni diversi. O se sia invece ancora tra i corpi, intrappolati laggiù in fondo al mare.

Entrando nell’hangar dell’aereoporto, divenuto un’ enorme camera mortuaria, lo sguardo non riesce a contenere per intero la distesa infinita di feretri, con un numero a fare da identità. Così quando arrivano i 155 superstiti del naufragio, quelli diventano i morti di tutti. Da piangere in un unico dolore. Perché chiunque è sopravvissuto ha comunque fratelli e figli, persi nel cammino, chissà dove. Troppi sono i morti: finiscono pure le rose rosse, adagiate su quei legni squadrati. Gli ultimi riceveranno invece gerbere dello stesso colore. A una sciagura così, nessuno poteva essere preparato.

Seduti a terra, accanto ai lampedusani che quella notte li hanno salvati, gli eritrei si abbracciano tra loro, sostengono le poche donne ancora in vita, straziate dalla sofferenza, mentre una preghiera prima cristiana poi musulmana rende omaggio a quei morti senza nome. “Il vostro pianto è il nostro”, sussurra don Stefano Nastasi. Khalid Choukri, primo parlamentare di seconda generazione, legge il primo capitolo del Corano, la Sura dell’Aprenta.

E dalle finestre socchiuse dell’hangar lamenti di dolore si diffondono nel vento di Lampedusa.

*Ho visto quella distesa di bare e ho incontrato poi i sopravvissuti, andati a salutare chi con loro era partito. Ero all’interno del Centro di accoglienza, quando i due pullman li hanno riportati indietro. Ho visto l’orrore sui visi di quegli uomini e ascoltato lo strazio delle pochissime donne sopravvissute. E né l’uno, né l’altro potrò mai rimuoverlo.

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