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I morti di Lampedusa e le coscienze dell’Europa

foto di Paolo Poggio

Corpi  “recuperati”. Corpi persi. Corpi toccati, coperti. Distesi. Rinchiusi. Numerati. Fotografati. Corpi prelevati. Corpi spostati. Corpi ripartiti. Corpi presto dimenticati?

E’ passata più di una settimana e almeno un altro naufragio, drammatico. E ora non posso più trattenermi: sono arrabbiata. Sono profondamente arrabbiata, di una rabbia che mescola dolore, angoscia, inquietudini, incredulità. Che è diretta in molte direzioni, ma in una soprattutto: Bruxelles.  “Lampedusa, sveglia per l’Europa”, titolava stamattina anche il Wiener Zeitung. Lampedusa, come monito. Lampedusa e la sua carne vera, contro le parole vuote dell’Unione. “Trasformiamo il Mediterraneo in un cimitero?”, chiede il presidente maltese. Lo è già un cimitero, da anni. E pure uno dei più grandi, per tutte le vittime che accoglie. Da anni. Da anni, sì, presidente Barroso. Possibile che gli unici a non saperlo foste voi delle Istituzioni europee? Da anni, migliaia di persone partono e spesso non arrivano in quello specchio di mare tra l’Africa e l’Europa. Possibile che tutto ciò che in anni di Consigli, riunioni e trattati siate riuscire a partorire è un Frontex, senza soldi, e con più preoccupazioni difensive che umanitarie? Possibile che da anni nessuno abbia mai voluto vedere come verso l’Italia si dirigessero carrette del mare che nessun altro nel Mediterraneo voleva? Problema solo italiano? O meglio solo di Lampedusa? Ora che è venuto quaggiù, in questo scoglio che sa più di Africa, l’ha visto in faccia l’orrore e giustamente ha ammesso che “non potrà mai dimenticare quelle bare. Che è rimasto scioccato dalla mamma legata al suo bimbo da un cordone ombelicale che li terrà insieme per sempre anche nella tomba”, ma si rende conto che ha così ammesso di aver “scoperto” solo ora qualcosa che da decenni tutti sanno, raccontano, denunciano?  Ho visto la morte a Lampedusa, come mai prima. E quest’angoscia, profonda, me la sto portando dietro, anche perché mi ricordo i morti della vigilia di Natale di Porto Palo e mi ricordo dei migranti buttati a mare dagli scafisti a Ragusa e mi ricordo di mille altri naufragi, meno “rumorosi”. Perché mi ricordi gli occhi dei “vu cumprà” mentre prendo il sole in spiaggia.

Ma perché a lei, presidente Barroso, tutto questo non è mai venuto alla memoria, prima d’ora? Perché l’Unione così attenta a legiferare su divieti di pesca, quote latte o foto schock sui pacchetti di sigarette non è mai entrata nella carne della sua gente, nella vita e nella morte dei popoli che la formano quest’Europa e di quelli che bussano alla sua porta? Cosa c’è di più urgente, importante e cruciale che spostamenti di popoli interi, spinti dalla disperazione? Da sempre, è così che la Storia si fa. E l’Europa fino ad ora, non c’è stata. Praticamente per niente.

Sono arrabbiata, presidente Barroso, perché l’immagine di quelle bare, bianche, senza nome, al freddo, mi fa svegliare la notte e mi fa sentire terribilmente in colpa.  Perché ho ascoltato lo strazio nel pianto ripetuto delle donne eritree, dopo essere andate a piangere corpi numerati, ma non più riconosciuti. Ed è un tarlo, che mi prende la gola e mi fa chiedere: dove siamo tutti noi? Noi che l’Europa la facciamo, noi che l’Europa la amiamo, noi che in uno spirito comune di Europa ci crediamo. Dove siamo stati? O meglio dove siete stati, voi a cui faceva comodo lasciare che spostamenti di popolazioni intere fossero affare solo dell’Italia, primo approdo per la maggior parte, quindi anche Paese a cui chiedere asilo, in caso di rifugiati politici, in base al Trattato di Dublino. Dove siete stati, quando tutti annunciavano che ora questa guerra, ora l’altra, ora questa primavera ora l’altra dittatura spingevano famiglie intere nelle mani di spregiudicate organizzazioni di trafficanti di uomini? Dove siete poi stati quando le intelligence di tutti i Paesi membri segnalavano per filo e per segno quello che sarebbe successo?

E dove siete stati quando le reti dei pescatori si riempivano di corpi, in un mare troppo lontano dai palazzi di Bruxelles? Caro presidente Barroso, l’Europa è nata prima di tutto in questo mare. E’ nata sulle navi dei Greci prima, dei romani poi, è nata prima sulle coste del Nord Africa che nelle foreste dei celti, dove invece ora si è rintanata. L’Europa ha ora qui la sua sfida più importante o, mi spiace, non ha ragion d’essere, almeno come sogno di popoli, comunione di cultura, cammino di libertà, di pace e di progresso. L’Europa o viene davvero e non solo con le parole, bagnate da lacrime di coccodrillo, nel Mediterraneo o perderà la fiducia anche di chi, come la sottoscritta, in essa ha sempre creduto.  Questa è l’ultima chiamata.

Quei corpi recuperati o smarriti, quei corpi numerati e ordinati. Quei corpi prelevati con le gru e imbarcati verso terre che non hanno mai conosciuto ci urlano dentro. E davanti a parole vuote, annunci al futuro,  buone intenzioni rimandate sempre alla prossima riunione non lasceranno in pace le nostre coscienze. Le risposte servono ora.

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