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Olbia, dal cemento selvaggio alle lacrime

Fondi destinati alla difesa del suolo e spesi in altro modo. Case abusive costruite sul letto dei fiumi e poi condonate. E d’un tratto la popolazione della città si è triplicata. Come il numero dei suoi palazzi.

Sono  proprio là dove non si sarebbe dovuto costruire molte delle vittime di Olbia. E ora che l’Italia intera piange i morti dell’ultima alluvione la storia recente di questa città è lo specchio di quanto in troppe realtà è successo. L’esplosione delle costruzioni, la convinzione che il cemento porti ricchezza, l’assenza di cura del territorio. La mancanza di prevenzione: e i fiumi si coprono, gli argini si assottigliano, gli alberi si tagliano, per fare posto a palazzi, outlet e garage. Case. Da Giampilieri alla Lunigiana a Genova indietro fino alla tragedia di Sarno del 1998 la storia delle ultime alluvioni in Italia è una storia che si ripete uguale a se stessa, come una fotocopia.

E da 15 anni manca un serio piano contro il rischio idrogeologico. Salvo poi, stanziare i soldi per le emergenze, seppellire i morti, aprire le inchieste.

Indignarsi, arrabbiarsi. Senza mai riuscire a modificare nulla. La storia di Olbia è esemplare anche per questo. E la speranza è che l’emozione di queste ore si traduca in un richiamo alla coscienza collettiva. E alla serietà. Parola tanto importante, quanto desueta.

*Ogni volta che sono stata coi piedi nel fango delle alluvioni, quando la terra prende il posto delle case e le auto vengono travolte e accartocciate come giocattoli, mi sono chiesta come sia stato possibile. E ho avuto paura, perché di coste devastate, di alberghi costruiti attaccati al monte, di strade aperte là dove scorrevano torrenti, come a Monterosso, ne ho visti troppi.

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