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La mafia uccide solo d’estate

“Papà, ma la mafia è pericolosa?” “Tranquillo, ora siamo in inverno, no? e la mafia uccide solo d’estate“. Cerca come può di trasmettere rassicurazioni il padre di Arturo, bimbo palermitano concepito la sera della strage di viale Lazio, 10 dicembre 1969, e cresciuto negli anni in cui i corleonesi avevano deciso di conquistare la città. E le sue parole diventano l’emblema di tutta quella Palermo, che inciampava letteralmente per strada nei corpi dei morti ammazzati coperti da lenzuoli bianchi, ma si ripeteva che erano storie di corna, di liti. Per non dire del traffico, di cui parlava già Johnny Stecchino.  E’ allora nelle viscere di questa città, dove tutto è mescolato, dove il compromesso diventa la condizioni della sopravvivenza e  dove i figli dei giudici del maxiprocesso andavano a scuola con i rampolli della borghesia mafiosa, che ci portano le telecamere di Pif,  Pierfrancesco Diliberto, ex inviato delle Iene, al suo debutto alla regia con “La mafia uccide solo d’estate”, appunto. Lui, orgogliosamente palermitano, che ritorna ai luoghi e agli anni della sua infanzia, quando Palermo era come Beirut, i palazzi venivano sventrati dalle bombe e a terra c’erano più morti che in un campo di battaglia.

In questa Palermo, cresce Arturo nel mito di Giulio Andreotti e nel trauma inconsapevole di sentire la mafia irrompere in tutte le tappe della sua vita e portare via anche volti incrociati al bar, come Boris Giuliano; sotto al portone della sua amata, Rocco Chinnici; o in uffici dalle lussureggianti forme barocche, Carlo Dalla Chiesa.

In questa Palermo, nella sua Palermo torna Pif. E lo fa col suo stile, col suo sguardo irriverente, sarcastico, surreale, scanzonato ; con la sua capacità di denunciare e contemporaneamente di spernacchiare tutti. Perfino i più crudeli boss mafiosi, come il sanguinario Totò Riina.  Ripreso nel suo goffo tentativo di imparare ad usare il condizionatore dell’aria, in una feroce estate senza scampo per nessuno. Come davvero atti d’inchiesta hanno raccontato.

“Tanto sono tutti in carcere, no?”, mi rispose Pif a Lamezia, quando nei giorni del festival Trame a fine giugno gli chiesi del film e della sua operazione di mostrare anche l’aspetto più grottesco e ridicolo di personaggi raccontati soprattutto dalla loro spietatezza criminale. Così i problemi d’amore del piccolo Arturo, che non riesce a conquistare la bella Flora, sono gli stessi di Giovanni Brusca, infatuato per la cantante Spagna.

I poliziotti, i giornalisti, i magistrati venivano ammazzati e tutt’intorno Palermo restava distante, concentrata nei suoi riti e nei suoi equilibri. Convinta che la “mafia, come i cani, se non gli dai fastidio non ti fa niente”, dirà ancora il papà di Arturo al suo intraprendente figlio.

“Ma poi ad un certo punto Totò Riina imparò ad usare i telecomandi”, si sente dire da una voce fuori campo, prima che l’eco di un boato- forte come nulla prima – irrompa nella sala del cinema, con la violenza della storia. Poi ci fu quell’estate del ’92, in cui tutto cambiò. E nulla sarebbe stato più come prima, per nessuno. Palermo reagì, Palermo si svegliò e scese in strada, urlando tutta la sua rabbia dopo la strage di Capaci e poi ancora dopo il tritolo di via D’Amelio. Dopo quelle bombe che uccisero Giovanni Falcone e Palo Borsellino e gli agenti della loro scorta. Palermo urlò tutto il suo senso d’abbandono e di distanza dal resto del Paese, calato in Sicilia per i solenni funerali di Stato, a cui si cercò di tenere lontana la gente. Che stavolta però superò barriere e cordoni di polizia. E gridò, come non aveva fatto per tutti gli anni passati.

Pif aveva 20 anni l’ estate, in cui la mafia decise di dichiarare guerra allo Stato. E c’è il suo sguardo di allora dietro la telecamera di questo film che con dolcezza, malinconia ed ironia sa raccontare una delle notti più buie della nostra Repubblica, ma anche le tante facce di una città inafferrabile.

Questo film – di cui vi avevo parlato in una puntata estiva di “A Ciascuno Il Suo” – è anche la dimostrazione che girare a Palermo, senza pagare il pizzo ai boss si può. Il marchio di AddioPizzo compare infatti subito sul maxischermo ed è una rivincita rispetto a tutte quelle pellicole, anche su eroi dell’antimafia, realizzate con comparse e mezzi imposti da personaggi vicini ai clan. “La mafia uccide solo d’estate”, ma può essere uccisa anche andando una sera al cinema.

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