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Prato, Lampedusa. I morti, le luci su quanto tutti sanno

Scrive Adriano Sofri che la strage di Prato è stata “una piccola Lampedusa. Ha acceso una luce sulla Cina pratese: peccato fosse una luce di rogo”.

Il rogo in cui sono morti sette operai, nella fabbrica-dormitorio. C’era anche un bimbo, ma per fortuna è stato salvato. Resti anneriti di bambole si confodono a stracci bruciati; tra le lamiere fumanti – che ora, si scopre potrebbero contenere amianto – spiccano i colori dei bottoni. Prato come Lampedusa va avanti da anni, a fare i conti – da sola – con le mille facce e le altrettante difficoltà dell’arrivo di migliaia di immigrati. Tutto finché non scoppia il caso, fino a che non naufraga un barcone con cinquecento persone bordo; finché non brucia un capannone, uccidendo sette persone.

Allora, quelli che tutti hanno sempre saputo cambia. E diventa indignazione, reazione. Denuncia, risposta. I loculi dove i cinesi vivono, lavorano e muiono. Di morte eclatante, rumorosa, non quella quotidiana coperta alla legge e al mondo, fonte del più celebre luogo comune sui “cinesi che non muiono mai”. Insieme all’altro, sui centri di massaggio, paravento di ben altre manipolazioni (ricordo ancora il racconto di chi aveva fatto una lunga inchiesta a Bologna dentro quei finti centri massaggi).

Il buio di quei capannoni diventa allora l’oscurità in cui si muove la comunità cinese, di cui non si riesce a dire con esattezza neanche quanto grande sia. Il buio di quei capannoni diventa allora anche l’ombra in cui fino ad un attimo prima, tutta la vità là dentro e là intorno si è consumata. Nel silenzio e nell’indifferenza di tutti gli altri. Ma sotto gli occhi di tutti. Che hanno lasciato Prato da sola a cercare di fare controlli, con poche persone e migliaia di aziende. Con rigidi protocolli da seguire, per ogni ispezione. E ora ci si accorge che i numeri non tornano.

Come per Lampedusa, lasciata con un manipoli di ufficiali della Guardia costiera e finanzieri difronte al mare, dove passa la storia di popoli interi in fuga. Il tre dicembre, a due mesi dal terribile naufragio – quando un barcone carico di migranti è alla deriva al largo della Calabria – candele si accenderanno, per ricordare i morti di Lampedusa. Per non spegnere la luce. Per rispondere alle domande del sindaco, Giusi Nicolini, che con rabbia si chiede “perché in un Paese come l’Italia e l’Europa, il diritto di asilo deve essere chiesto a nuoto? Perché bisogna lasciare che madri con i bambini in braccio si imbarchino per il Mediterraneo? Comunque, i profughi partono e arrivano, non hanno un’altra possibilità”, risponde nel libro intervista con Marta Bellingreri, “Lampedusa, conversazioni su isole, politica, migranti” (Edizioni Gruppo Abele, 10euro).

Domande a cui vanno aggiunte ore quelle poste dal rogo di Prato: “perché lasciare che migliaia di persone vivano qui in Italia in condizioni non accettabili? Perché l’altra faccia del lavoro deve essere lo sfruttamento? Perché si ripete- in silenzio- che vengano stipati come topi centinaia di operai cinesi. E vivano e muoiano come topi?” Questo in  Italia non è accettabile.

E forse i morti di Prato ora lo renderanno non più accettato. Con risposte precise e con un’inversione nei rapporti da entrambe le parti. A cominciare dalla comunità cinese. Ciò che è sempre avvenuto davantio agli occhi di tutti – anche se sotto i neon di fabbriche attive pure di notte –  ora è rischiarato da una pluralità di fari.  “Ora c’è una luce accese sulla Cina pratese: peccato fosse una luce di rogo”.

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