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Musica da eroi: in Grecia a ritmo di rebetiko

Ho scoperto il rebetiko – e conosciuto Vinicio Capossela- due anni fa dopo la presentazione di un libro sugli dei dell’antica Grecia. Ho visto il film su quel mondo di taverne, musiche antiche e rivolte- “Indebito” (di Capossela e Segre) – quando in libreria c’è il seguito di quella saga ellenica: gli Eroi di Giorgio Ieranò (Sonzogno, 253 pagine, 16 euro). Che, quando le luci in sala si sono riaccese, mi ha detto: “sono 20 anni che rompo le scatole con questi canti, vedere così tante persone ora qui ad ascoltarla mi dà un bel pò di soddisfazione”.
In fondo la Grecia di ieri e di oggi vive in quella frase, ripetuta più volte nel film-documentario, come nelle saghe tramandate da millenni:  “ogni attimo è eterno, perché è l’ultimo”.
Con questa convinzione, la musica del Pireo vibra delle storie portate dal mare per secoli. Storie di profughi e di sofferenze. Storie di ribellioni e di partenze. Storie di ossi di seppia. Di chi custodisce “solo la musica, quando perde tutto”. Come gli esuli greci di Smirne del 1922, cacciati dopo la guerra greco-turca – dalla città che abitavano da millenni.
Come tutti i richiedenti asilo di oggi, sbarcati a Lampedusa; o come tutti i cinesi finiti nelle fabbriche di Prato o nelle lavanderie, a cui viandanti un giorno regaleranno un pallone; o come tutte le immigrate, al capezzale dei nostri anziani. Una volta, in un parco di Milano in una domenica di sole incontrai un gruppo, forse di ucraine, che intonavano un canto malinconico e lontano. “Quando perdi tutto, ti porti dietro la musica. E l’anima”, ripete Vincio Capossela. Come il rebetiko, che nato dall’altra parte dell’Egeo, è arrivato insieme alle carovane di profughi privati di tutto. E a loro quelle note diffuse insieme ad alcol e fumo in queste vissute taverne del porto dicono che “non sei solo, difronte alla tua sofferenza”. Quelle note danno forza. Consolazione. Illusione.
Come l’intervento di un eroe, figura a metà tra l’Olimpo degli eterni e la caducità degli umani.
“L’eroe è colui che libera il mondo dai mostri, che dissolve le tenebre dall’orrore, che porta la civiltà là dove esiste solo la vita selvaggia. Ma è anche colui che porta dentro di sé la mostruosità e l’orrore che va combattendo: come Eracle, che nelle sue dodici fatiche uccide i draghi dalle mille teste e le belve feroci, liberando il mondo da tutto ciò che è ibrido e mostruoso. Ma poi, con la sua pelle di leone sulle spalle, si fa una belva egli stesso  e con selvaggio furore si dedica a distruggere ogni cosa, uomini e città, e persino la sua stessa moglie e i suoi stessi figli, abbattuti senza pietà in un accesso di follia”, scrive Ieranò, professore di letteratura greca all’Università di Trento e giornalista, prima di raccontare di Minosse e Giasone, Antigone ed Edipo.
Quei miti che sono fondativi non solo della cultura e della storia ellenica, ma universale. E immortale. Come le passioni che animano al massimo grado le gesta di questi semi-dei. “Amare e odiare, uccidere e possedere, costruire e distruggere”. Lasciando spazio comunque a fragilità e debolezze.
Come quelle del rebetes che in uno straziante verso implora l’amata che l’ha abbandonato: “vattene tu, che almeno mi salvo io” .
Il rebetiko, musica di crisi, dei momenti della scelta, per riprendere l’etimo greco della parola (krino, cioé scegliere in greco antico). Il rebetiko, musica da eroi di un mondo in lotta contro i suoi demoni.

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Ultimi commenti

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