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Il terremoto e le paure. Nuove e vecchie

Benevento – Il cielo livido e le nuvole basse, il giorno dopo del ritorno di vecchi fantasmi. E di mai superate paure. E’ stata una notte senza riposo nel Sannio e in tutta la Campania, dopo la scossa di terremoto che ieri ha fatto tremare la terra e richiamato quegli incubi, rimasti silenti per più di trent’anni. In tutti. In chiunque da queste parti sia nato dopo quel 23 novembre 1980, la data dell’Irpinia, la data della catastrofe massima in quest’entroterra di borghi antichi, montagne non sempre dolci, case con secoli di storia ma nessuna regola antisismica. Molte famiglie hanno dormito il più possibile vicino alle uscite di casa; altre anche in auto. Tutti oggi raccontano le loro notti senza riposo e senza tregua; tutti, in queste ultime ore di un anno difficile, duro, dolente, parlano di queste scosse, ma ricordano soprattutto quelle. Quelle di quell’altra domenica pomeriggio, quando tutto tremò. E nulla più rimase uguale. La parola terremoto a carattere cubitali nelle locandine dei giornali locali stamattina è davvero la forma del peggior incubo.

In qualche chiesa sono caduti dei calcinacci; in qualche casa si sono aperte delle crepe. In tutti, si sono riaperte le ferite. Io ero nella stessa stanza di allora, per caso. Perché in ferie. I mobili sono disposti in modo diverso rispetto a quella domenica di 33 anni fa, che è il mio ricordo più lontano, di bambina. Per fortuna, stavolta, non è andata via la corrente elettrica. Forse anche per questo non ho avuto così tanta paura. Allora, ero davvero molto piccola, indossavo un vestitino di lana bianca e stavo ballando, col sottofondo di un improvvisato tamburo affidato alle mani di una tata/nonna-non nonna, seduta davanti al fuoco, insieme ad un’altra nonna-non nonna. All’improvviso fu buio. Il flash successivo fu la corsa dei miei genitori, che non erano a casa. L’abbraccio stretto di mio padre; mia sorella, che aveva il morbillo, avvolta in una coperta e tutti di corsa per la grande scala di pietra di casa mia. Poi ci furono le notti in macchina e le settimane, accampati nel salone a piano terra. Quando i vetri si sono messi a tremare ieri, mio fratello- nato dopo quel 23 novembre 1980 – ha pensato fosse qualcuno di noi che “bussava con un anello da fuori”. Tutti gli altri non hanno avuto dubbi e hanno riconosciuto subito, chi era a bussare. Chi c’era quella domenica di 33 anni fa non potrà mai dimenticare. Stavolta per fortuna c’erano anche i cellulari, ma anche il telefono di casa ha resistito a tratti. E subito sono cominciate le telefonate: le nostre, per verificare che tutti nei dintorni stessero bene; quelle ricevute da parenti, amici, anche da volti di altre vite che stanno lontano e ci hanno pensato.

Dopo il tremito iniziale, le verifiche in famiglia, il pensiero succesivo per me è stata la radio. Subito in diretta alle 19: ero a pochi km dall’epicentro. Anche questo forse mi ha allontanato le ansie. Mi è capitato più volte di occuparmi di terremoti: l’Emilia, San Giuliano di Puglia, l’Aquila. Ho vissuto molte notti agitate, ma in trasferta è diverso: non c’è (quasi) spazio per le paure personali. Stavolta è stato diverso, stavolta tremava la terra sotto la Mia casa, la casa della mia famiglia da sempre, solida fuori, ancora di più dentro quelle antiche mura. Doppie, forti, rassicuranti, secolari. Stavolta prima di ragionare con le regole del mestiere, ho risposto ai dettami degli affetti. E in questi casi, le scosse “di assestamento” durano molto più a lungo. Quando i traumi infantili si risvegliano, aggravati dalla consapevolezza del pericolo, per tutti quei paesi costruiti molto prima delle leggi antisismiche, vecchi, come molti degli abitanti.

Ora tutti speriamo solo che la paura del terremoto possa essere di nuovo “gettata via” dal balcone, insieme alle cose vecchie dell’anno che si chiude.

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