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“I ragazzi di Pippo Fava”, a 30 anni dal delitto del giornalista

“A che serve vivere, se non hai il coraggio di lottare?”. Trent’anni dopo, la massima di Pippo Fava rende la sua storia, il pensiero e l’esempio di questo giornalista sempre vivo. E sempre attuale. Pippo Fava moriva esattamente tre decenni fa, il 5 gennaio 1984, ucciso da cinque colpi di pistola a Catania, davanti al Teatro Stabile. Alla fine, la Rai gli ha reso adeguatamente omaggio, con il docufilm “I Ragazzi di Pippo Fava”, trasmesso su Rai3 in prima serata. La storia della sua squadra di cronisti, che armati di passione, determinazione e macchine da scrivere, smascherava gli affari dei boss, all’ombra dell’Etna. I Siciliani. Era un mensile, ma “faceva notizia, perchè non c’erano informazioni libere a Catania”, ricorda oggi Antonio Roccuzzo: “noi abbiamo rotto il silenzio”. Deponendo fiori sul luogo dell’attentato, ora il sindaco di Catania Enzo Bianco ricorda come Fava fosse “solo a denunciare la mafia”. Ecco dunque tutti gli elementi “classici”, che portano alla morte delle voce libere. Il coraggio della parola, il dovere della cronaca, il rigore delle fonti, la regola dell’autonomia. Ma anche la solitudine, l’andare controtendenza, il rifiuto ad ogni tentativo di “avvicinamento”. “Ci vogliono comprare”, capiscono subito nella redazione dei Siciliani, alle offerte di una tipografia e di finanziamenti. Loro, con pochi soldi, ma tanta determinazione civile e ancor di più passione per il mestiere di cronista raccontavano i cemento mafioso, la devastazione delle coste, il grigio della società. Dove avvocati e magistrati compravano auto in concessionarie di mafiosi e i figli degli uni e degli altri cavalcavano negli stessi circoli sportivi.

Ecco che allora il grigio diventa il colore dominante, pur nella città del fuoco dell’Etna e dello splendore della luce siciliana. Il “grigio-fango” delle paludi, in cui tanti – come raccontava Fava – decidevano di restare immobili.

E quando tutti sono fermi e solo uno agita le acque, rompe la quiete e disturba i manovratori ecco che quell’uno – anche se dietro di sé aveva “una squadra di matti, che sta tutto il giorno in redazione”, come si descrivono i giornalisti de I Siciliani – quell’uno più esposto e più simbolico diventa bersaglio. Diventa la vittima, da uccidere, per togliere un nemico e avvisare tutti gli altri.

Così il 5 gennaio 1984 la mafia uccise Pippo Fava. Ma i suoi ragazzi testimoniano ancora oggi, insieme al figlio Claudio Fava, politico, ma prima anche lui giornalista di quella squadra, il messaggio di quella sfida. Dimostrare che “vivere serve, se lotti”. E se ricordi.

La Rai stavolta l’ha fatto.

ps. bel docufilm, scritto da Gualtiero Peirce e Antonio Roccuzzo, e’ stato prodotto da Cyrano New Media con RaiFiction, con regia di Franza Di Rosadi Franca Di Roza. Tra gli interpreti, Leo Gullotta

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