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Low-cost e violento: Bartezzaghi racconta l’italiano

Avevo cominciato a scrivere questo post giorni fa, quando l’onda degli insulti dopo il malore di Pier Luigi Bersani affollava il web. E le polemiche.  Volevo raccontare di “tuoni e tweet”, del turpiloquio divenuto parte del galateo e della violenza, estrema prova- tra l’altro – della “decadenza dei costumi”.  Quanto meno linguistici. Poi però lo stesso Stefano Bartezzaghi, in un editoriale su Repubblica, rifletteva sull’ “odio sul web” e sul “salto di qualità di quando quel coro di invocazioni di morte va contro “un avversario, quando lui rischia effettivamente la vita”.  Nell’epoca in cui il nostro “nome-e-cognome è un account”. Inventare la battuta più efficace, o l’insulto, vale al massimo come sfogo, non ci si preoccupa neppure delle conseguenze penali che possono derivarne”.
E questo è il punto centrale, giustamente evidenziato da Bartezzaghi, che delle parole è studioso, giocoliere, analista. Enigmistica e teorico. E in fondo che cos’è questa violenza diffusa se non l’ultimo stadio del viaggio sempre più in basso “nell’italiano low cost? Anche meno”, si dovrebbe rispondere. Come fanno in tanti, troppi, tanto da trasformare l’espressione nel titolo dell’ultimo saggio di Bartezzaghi? (Anche Meno, viaggio nell’italiano low cost- Mondadori, 208 pagine, 17 euro)
In fondo “non è strafottente come “non me ne può fregare di meno”; è meno scurrile di “sti cazzi”, è più incisiva di “non esageriamo”. “C’è forse un’espressione più quotidiana e meno ambiziosa di “Anche meno”? Se lo chiede l’autore, introducendoci proprio nella sua discesa negli inferi della nostra quotidianità linguistica. Quotidianità di gorghi nel gergo, politichese, Trenitaliano. O di tutte le parole lontane dal “giusto e il gusto”, per dirla coi sottotitoli dei vari paragrafi che vi faranno sorridere, pensare, ricordare. Non salirete più su un Freccia rossa senza concordare con Bartezzaghi che i “treni parlano” e senza sorridere alla domanda “snack, dolce o salato?”. Parlano, quanto parlano i treni! Rendendo impossibile ad un eventuale viaggiatore di una notte d’inverno, ma pure di un pomeriggio d’estate di provare a chiudere gli occhi.
Parlano, ma mai quanto i praticanti dei vari linguaggi furbeschi, politichese in testa; quanto gli artefici della “mobilità del linguaggio immobiliare”. O infine, come tutti coloro che invocano: la “verità, vi prego, sull’Ammòre”. E in genere sono donne, con la “Mocciacha” in testa.
Ma anche senza lucchetti e senza metri sopra il cielo, anche con i piedi ben piantati a terra, si nota come “amore è una parola che si usa ancora moltissimo, ma solo parlando di quello degli altri”. Fate un test, non è così? Gli esempi citati dal nostro giocoliere-analista-chimico della parola lo provano. E confermano il grande ingorgo anche lessicale che c’è da un bel pò di tempo con le storie di cuore. Con la conclusione che “sarà per quello che negli anni si è stabilito, evoluto e trasformato un lessico parallelo ed eufemistico“: da si parlano, a stare insieme, uscire con, vedersi con. E facebook complica ancora di più tutto, dando solo due alternativa: impegnato o “in relazione complicata”.
La kabbalah scomposta da Bartezzaghi sulle forme di “espressione dell’ammore”, quello con due mm che deve essere “proclamato, sfacciato” mi ha regalato almeno mezz’ora di ilarità pura, non diluita. In fondo questo, è davvero un “libro sagerato sull’italiano d’oggi e i suoi spropositi”. Perfetto, per “imparare la misura: quella che serve per fare colpo con le parole, per convincere, sedurre, per farci amare”, come promette. Mai più senza!

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