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Con Gardella, dentro le stanze di “Chi muore prima”

Lo zaino, all’improviso svuotato di tutto. Gli abiti, inutilmente profumati nell’armadio. I poster, d’un tratto muti – e disperati – alle pareti.  E quella stanza, la stanza del figlio, che diventa il luogo fisico della perdita.

La stanza di “Chi muore prima”, titolo del secondo romanzo di Massimo Gardella. Proprio dallo spazio più privato di alcuni adolescenti – trovati impiccati a distanza di pochi giorni nelle campagne del pavese – partono le nuove indagini dell’ispettore Remo Jacobi. Da quei pochi metri quadri, dove si infrangono le onde di dolore dei genitori; dove rivivono i fantasmi di tutti i sopravvissuti; e dove si riflettono le ombre dell’intero mondo di fuori. “Ombre che non luccicano più”. Chi muore prima? La paura o il ricordo? In punta di piedi, questo sbirro di mezz’età, segnato da profonde cicatrici sotto la pelle, entra nelle vite di alcuni liceali “speciali”. Le loro “paia di scarpe penzolanti, all’apparenza sospese nel vuoto” diventano presto un rimorso per chi stava intorno. Per questa campagna, che si ripete uguale, che inghiotte le persone, di giorno con la nebbia, di notte col suo buio senza speranza, reso ancor più fitto dalla crisi. Per i genitori, a volte incapaci di accettare, altre di concedersi il tempo di imparare. Imparare a convivere con la perdita, il senso di colpa o la diversità. La stanza del figlio, che resta quando lui non c’è più, diventa lo specchio di tutto quello che in superficie non si può vedere.

Succede così che a partire da queste camere di ragazzini, conosciuti quando erano già corpi per autopsie, quest’ispettore disilluso fa i conti con le sue emozioni più difficili, con i dolori passati mai accettati e con quelli futuri già amplificati. Con le perdite subite e quelle preannunciate. Ma quanto è difficile liberarsi di “ciò che non esiste più e non fa più parte della vita di tutti i giorni”?! Soprattutto se tutt’intorno le persone sembrano trasformarsi in “corvi appollaiati su panchine di cemento” e i balconi dei palazzi diventano “ferite aperte”.

Pur nella fatica di queste giornate, che non conoscono leggerezza, perfino uno come Jacobi riesce però ancora a credere nel mondo. Nonostante tutto e forse suo malgrado. L’ha fatto quando ha avuto una relazione con la giornalista, incontrata ne “Il male quotidiano”, che poi però lo accuserà di essere “vigliacco”; lo fa ancora ora, quasi senza ammetterlo, quando riconosce il piacere di una gioia piccola. Quasi furtiva, come un sorriso. Inaspettata, come una sorpresa. O un nuovo incontro. Forse poteva anche osare di più, Jacobi: ad un certo punto l’ha desiderato. Come succede incredibilmente a quelli che restano, quando gli altri se ne vanno.

Vedremo nell’ultima parte di questa trilogia noir di Gardella, già in preparazione, in che modo la malinconia di Remo Jacobi, orgogliosamente antieroe, possa convivere con gli istinti primordiali di sopravvivenza.

Chi muore prima, Guanda editore, 285 pagine, 17 euro, 50

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