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In Italia davvero la metà della corruzione di tutta l’Ue?

Bocciata per le leggi che mancano, e per quelle ad personam, che invece ci sono. Bocciata per i tempi lunghi e la prescrizione breve. Bocciata perché le ultime norme sono ancora “insufficienti” e la corruzione continua a costare 60 miliardi all’anno. E’ una stima orientativa e ben nota, ma che in questo primo rapporto della Commissione europea, diventa più pesante, visto che nell’intera Unione il peso delle tangenti viene stimato in 120 miliardi. Esattamente il doppio dell’Italia, anche se le cifre- si affrettano a chiarire da Bruxelles- “non sono confrontabili”, perché calcolate su parametri differenti. “Se hanno ripreso la nostra cifra, andrebbe aggiornata”, commenta l’ex procuratore della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, che nel 2009 parlò della tassa occuta da 60 miliardi.  “Io l’avevo desunta da uno studio dell’allora Authority sull’anticorruzione. Sarebbe interessante sapere se la Commissione europea si è limitata a riprendere quello studio o se è arrivata a quella cifra per vie proprie”, dice Pasqualucci che ha visto molte volte in questi anni riprendere le sue parole e quel parametro come misura del giro di mazzette da noi. Una stima- dunque- vecchia di almeno 5 anni, per definizione orientativa, a cui la stessa Corte dei Conti da sempre non ha dato che un valore di massima. Eppure messa nello stesso report in cui in tutta l’Unione a 28 Paesi si calcola in 120 miliardi la corruzione fa ancora più effetto. Perché anche se da Bruxelles precisano che non possono essere paragonate, i meccanismi li conoscono. E quelle due cifre nello stesso rapporto sono una notizia.

Possibile che la corruzione italiana valga la metà dell’intero continente, dove ci sono anche Paesi dalla democrazia molto giovane? Pasqualucci è diplomatico, sorride, pesa le parole e si limita ad osservare che “in Italia si cerca da più parti di far luce sulla corruzione, lo fa la magistratura ordinaria, quella contabile, la stampa. Non so quello che succede negli altri Paesi”. Quindi il sospetto che in altri Stati semplicemente la corruzione resti più sommersa, meno nota, ma non per questo meno presente è “comprensibile”, concorda- prudente – l’ex magistrato.

Ma se le cifre possono essere contestate e certi accostamenti pure criticati, resta il pesante j’accuse della Commissione sul fronte legislativo italiano in materia di anticorruzione. Quei richiami a leggi che da anni i magistrati sollecitano, per allungare la prescrizione, che falcia la maggior parte dei processi prima che arrivino a sentenza; sul falso in bilancio, sul reato di autoriciclaggio, che continua ad essere rinviato. Ora dovrebbe essere nel pacchetto anticriminalità e dovrebbe essere approvato in questi giorni, secondo le promesse del premier, fatte dopo il via libera al decreto per il rietro dei capitali. Privo ancora di una parte fondamentale, su cui punta il procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, che per l’Esecutivo sta studiando questo aspetto.

Gli “sforzi notevoli” dell’Italia vengono citati, ma nel rapporto della Commissione prevalgono le colpe sulle leggi ad personam, come sui preoccupanti legami tra politici, mafie e imprese. I casi Cosentino e Berlusconi si leggono tra le righe del report, che ricorda come nell’intera Unione- dice il commissario Malmstrom- molto resti da fare.

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