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Vendetta e rapine: ecco i piani dell’ergastolano Cutrì

L’obiettivo ultimo era uno soprattutto: trasformare in realtà quel pensiero fisso. Quell’ossessione ricorrente nei pensieri e non solo. Lo scopo di tutto il piano all’origine dello spericolato assalto e della fuga è in una parola sola. Dal richiamo però forte come pochi altri: il desiderio di vendetta. Una vendetta su chi considerava  causa della condanna al carcere a vita. Una vendetta contro i “colpevoli” di quell’ergastolo, giudicato ingiusto. C’erano progetti tanto precisi, quanto pericolosi nelle intenzioni di Domenico Cutrì e di tutto il gruppo, protagonista dell’assalto davanti al Tribunale di Gallarate lunedì 3 febbraio. Otto giorni dopo, quando la fuga del commando è ormai finita, le tracce lasciate svelano le intenzioni ultime.  “Abbiamo acquisito elementi di prova certi che dimostrano che dopo l’evasione, nel piano criminoso del gruppo c’era la vendetta”. Lo conferma esplicitamente ad ACiascunoIlSuo di Radio 24 il colonnello Giovanni Sozzo, comandante del Ros dei carabinieri di Milano. Insieme al Gis e insieme ai colleghi di Varese hanno portato a termine la missione. E al massimo ora potrebbe esserci un altro fiancheggiatore da trovare, qualcuno che potrebbe aver dato supporto logistico nella latitanza. Ma i protagonisti dell’assalto, no, loro sono già tutti dentro. E questo rassicura molto gli investigatori. Anche perché “progettavano forse una serie di rapine, per finanziarsi”, ipotizza il colonnello. E sono gli oggetti trovati ad indicarlo: quelle parrucche, quelle finte palette della polizia lasciate nei covi. Ad Inveruno, Cutrì non era arrivato subito. Prima era stato a Cellio, nel vercellese, dove forse avevano immaginato di restare più a lungo, ma poi le ricerche, i primi arresti dei complici hanno fatto cambiare loro i piani. Si sono spostati, forse con un’altra tappa intermedia, fino ad Inveruno, nel milanese, dove avevano anche altre “basi logistiche”. Tutto doveva svolgersi lì, in quella terra di confine tra Piemonte e Lombardia.
Tessera dopo tessera, questi uomini abituati a studiare ogni dettaglio per catturare i boss di mafia, stanno ricostruendo ogni aspetto di un assalto, costato la vita a Nino Cutrì. E un fronte fondamentale è chiarire la provenienza delle armi, dell’arsenale di armi trovate: “di sicuro una pistola era stata rubata, non in terre di mafia”, dice il colonnello. I giri sono altri. Questi sembrano più cani sciolti, non picciotti delle cosche, ma proprio per questo potevano essere ancora più pericolosi.
Perché quando un sentimento potente, come la sete di vendetta, è in grado di armare la mano di più persone, disposte a pianificare e a rischiare le conseguenze di un assalto così, i rischi e le conseguenze sono difficilmente immaginabili. E questo le squadre speciali dei carabinieri lo sapevano molto bene. E hanno fermato Cutrì, in otto secondi.
Domenica, A Ciascuno Il Suo, 20.30, Radio 24 . @rafcalandra

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