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Monuments Men contro il traffico di opere d’arte

Durante la Seconda Guerra Mondiale, loro furono scelti con una missione speciale :  sottrarre i capolavori dell’arte europea alla distruzione dei bombardamenti. Ma i Monuments men – come quelli celebrati al cinema da George Clooney – esistono tuttora in Italia. E anche oggi, in tempo di pace, lavorano per difendere busti millennari, statue di divinità greche, ceramiche dai motivi mitologici. Sulle loro trincee, non piove il fuoco dei nazisti né il rombo delle contraeree, ma le armi nemiche sono gli scavi dei tombaroli, le vendite clandestine dei trafficanti d’arte, sono gli interessi e la corruzione internazionale. Sono la pioggia di milioni usata per accaparrarsi capolavori senza prezzo. Capaci di impreziosire celebri collezioni private –prima soprattutto americane, poi anche giapponesi e arabi; o capaci di richiamare visitatori nei più prestigiosi musei del mondo. Compreso il Metropolitan di New York o il Getty.
Questa squadra di cacciatori di tesori nostrani deve sfidare carte bollate, accordi diplomatici e pure apatie politiche. Negli ultimi anni, è riuscita a riportare in Italia decine e decine di opere, dopo battaglie legali con templi sacri dell’arte o con le principali case d’aste. Ma incassati i successi, come non di rado succede in Italia, ecco la brusca frenata. Il “disinteresse”. E lo stesso rischio sopravvivenza. Perché troppi bravi? Se lo chiede chi in questi anni ha coordinato il team, Maurizio Fiorilli: avvocato dello Stato, volto dell’Italia nei Tribunali di mezzo mondo, in nome dell’arte, della bellezza e della storia. E ora dai microfoni di “A Ciascuno Il Suo” lancia un appello al futuro ministro della Cultura: faccia ripartire la squadra dei Monuments men, ci aiuti a difendere la storia e non la burocrazia.
Entrerete nei musei con occhi diversi, dopo aver ascoltato questa puntata di ACiascunoIlSuo (qui per riascoltare). Dopo aver sentito i giri dei traffici di opere d’arte, gli interessi, le complicità. Le difficoltà di far valere davanti alla Giustizia le ragioni di un Paese. Penserete da dovi arrivi quel vaso, quella statua o quel sarcofago e quanto sia stato pagato e a chi, ogni volta che entrerete soprattutto nei settori dell’antichità dei grandi musei americani. Scoprirete infatti che può costare davvero molto poco saccheggiare il patrimonio italiano: per un maialino e un milione di lire ad esempio fu pagato ad un contadino (delle mie parti, ahimé, nel Sannio) il celebre vaso di Assteas, col ratto di Europa effigiato.

Ma scoprirete anche come la difesa del patrimonio archeologico e artistico del Paese – da tutti assicurata, sventolata e proclamata – nei fatti non è difesa. Anzi. Scoprirete che i nemici spesso si nascondono tra quanti dovrebbero difenderli, quelli beni. I retroscena del furto alla biblioteca dei Girolamini di Napoli – qui raccontata da un protagonista – ve lo mostreranno.
E’ una delle cose che mi indigna di più l’abbandono della nostra storia, delle nostre opere d’arte. Mi indigna lo stato di certi scavi archeologici, l’indifferenza verso capolavori dimenticati. Mi indigna – ora ancora di più – l’ipocrisia di chi a parole è paladino della nostra cultura e ripete che da qui deve ripartire il futuro e il turismo del Bel Paese e poi nei fatti lascia che le cose si spengano. I tesori si sbriciolino, le squadre speciali si sciolgano.
Ora i nostri “Monuments men” – nella cui squadra ha fatto parte anche Giovanni Nistri (nell’archivio l’intervista), mandato a far risollevare le sorti di Pompei – puntano a ripotare in Italia 700 (settecento!!) opere individuate a Londra da un mercante d’arte, trafugate anni fa.
Una risposta coi fatti, a tante vuote parole.

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