Radio24 | Il Sole 24 ORE

Trattativa sì o no?

Trattativa, si o no? In condizioni di necessità, può lo Stato fare patti con la mafia? E’ davvero successo questo ? E questo- soprattutto – è un reato? Mentre a Palermo va avanti il dibattimento contro ex boss di Cosa Nostra, ma anche contro ex ministri e uomini delle Istituzioni, perplessità e “preoccupazioni” sul processo più difficile del momento arrivano da due tra i più autorevoli studiosi di mafia – Salvatore Lupo e Giovanni Fiandaca, in un libro – e poi sono state messe nero su bianco anche dalla Direzione Nazionale Antimafia all’interno della sua relazione annuale.
“Critiche legittime, ma che possono essere un’ingerenza e una delegitimazione dei pm, col rischio anche per la loro sicurezza”. Si dice “sopreso” il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, davanti alle “pubbliche critiche” della Dna, oltre a quelle dei professori. “Lo Stato ha solo la scelta di combattere il crimine, non di trattare”, insiste il rappresentante della Procura palermitana. Le anticipazioni del saggio prima (“La mafia non ha vinto”, ed Laterza), quelle della relazione della Dna poi “sembrano coincidere verso lo stesso punto, anche se non c’è un nesso. Noi non ci facciamo scoraggiare”.
Hanno provocato non poche polemiche nell’isola e risvegliato mai sopite tensioni – nel Palazzo che fu dei veleni – le “preoccupazioni” sul processo soprattutto della più alta Procura antimafia, quella voluta da Giovanni Falcone per coordinare le inchieste contro i boss.  Preoccupazioni, per quella contestazione di “violenza o minaccia ad un corpo politico, art 338 cp”, contestata ad alcuni imputati, “ponendo  – si legge – nuove problemi di natura giuridica e fattuale al giudice che dovrà decidere sulla corrette ricostruzione dei fatti operata nell’inchiesta”. “Una discussione su un processo in corso non rientra tra i compiti della Direzione Nazionale Antimafia”, obietta Messineo, che racconta di aver parlato al telefono col procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, di aver apprezzato le sue parole, che “riequilibrano la situazione, ma – dice- non ha fatto venir meno la nostra sensazione di disagio per una pubblica critica che non crediamo di meritare”.
Palermo insomma sembra ancora una volta più lontana da Roma.
Ma anche nella stessa Palermo il processo sulla trattativa spacca, divide e pone su opposti schieramenti anche maestro e allievo, come furono il professor Fiandaca e Antonino Ingroia.
“Nessuna ingerenza, solo analisi. Ma anche gli atti della Procura di Palermo devono poter essere criticati, senza il ricatto morale di sentirsi dire che li si espone ai colpi della mafia”, argomenta lo storico Lupo, che ricorda come “il reato di trattativa non esiste, per fortuna. Bisogna invece vedere se all’interno di queste trattative siano stati commessi dei reati. E’ invece passata nell’opinione pubblica la convinzione che ogni contatto con la mafia sia un reato. Non mi piace vivere in un Paese dove le telefonate del presidente della Repubblica vengano intercettate, quando si sa che non sono minimamente rilevanti”. Le polemiche roventi che lambirono il Colle. L’origine prima delle polemiche sta lì. Ne è convinto l’allora procuratore aggiunto che coordinò l’inchiesta, prima di lasciare la magistratura, Ingroia. “E’ perché abbiamo osato questo, che oggi siamo attaccati”, ipotizza, senza nascondere la sua “amarezza” per quelle accuse anche di “pregiudiale atteggiamento criminalizzatore”.
Fatti, analisi, obiezioni e veleni dentro la notte della Repubblica italiana, nella puntata di questa settimana di ACiascunoIlSuo.
Ma quel processo che ha lambito con le sue polemiche anche il Quirinale ha ragion d’essere?

Commenta per primo

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.